Archivio mensile per maggio, 2025

I campioni hanno una motivazione assoluta, nonostante le insicurezze con cui convivono

A proposito di gestione dell’ansia e in più in generale auto-regolazione delle emozioni nello sport mi sono venuti in mente atleti/e con cui ho lavorato nel corso degli anni e che hanno vinto molto. Margherita Zalaffi la prima e unica a oggi ad avere vinto medaglie olimpiche sia nel fioretto che nella spada; Alessandra Sensini l’atleta più vittoriosa nella storia della vela italiana; Giovanni Pellielo il più forte tiratore a livello mondiale di fossa olimpica; Daniele Scarpa oro nella canoa e Andrea Minguzzi oro nella lotta greco-romana.

La loro grande abilità psicologica era di volere in modo assoluto raggiungere l’obiettivo che si erano prefissi. Nello stesso tempo sapevano molto bene che sarebbe stato molto difficile e che avrebbero potuto fallire. Sono passati attraverso momenti di sconforto anche intensi per il timore di cosa sarebbe potuto accadergli senno avessero vinto ma hanno insistito.

D’altra nei questionari di valutazione della tenacia si usano spesso termini che indicano il desiderio estremo o assoluto di volere raggiungere i propri obiettivi; pertanto non ci si deve stupire se i top atleti mostrano lo stesso atteggiamento.

Sono convinto che sia questo approccio mentale all’allenamento e alla prestazione che determina quel piccolo vantaggio finale, magari anche solo dell’1% che distingue chi va a medaglia da chi si ferma ai piedi del podio e chi si ripete più volte, i vincitori seriali da chi brilla una sola volta.

Molti atleti non hanno questo approccio alla loro vita sportiva e agonistica ed è probabilmente questa mancanza che gli impedisce di raggiungere quegli obiettivi che sognano di raggiungere.

 

Nel calcio a 8 anni: prima l’impegno e il divertimento e per ultimo il risultato

Un allenatore mi ha chiesto di spiegare se dividere bambini di 8 anni in tre fasce per livello di abilità motorie nel calcio è sbagliato. 

Dividere bambini di 8 anni in tre fasce per livello di abilità motorie nel calcio è problematico per diversi motivi, soprattutto alla luce delle teorie dello sviluppo giovanile dello sport formulate da Jean Côté, uno dei principali studiosi nel campo della psicologia dello sport.

1. Contrasto con il Modello di Sviluppo Positivo attraverso lo Sport (PYD)

Jean Côté ha sviluppato il modello del Developmental Model of Sport Participation (DMSP), che promuove una partecipazione sportiva basata sul divertimento, l’inclusione e la diversificazione nelle prime fasi (soprattutto fino ai 12 anni). Secondo Côté:

“In the sampling years (ages 6–12), children should engage in various sports with an emphasis on enjoyment and deliberate play rather than early specialization or performance-based selection.”
(Côté, J., Baker, J., & Abernethy, B. – Practice and Play in the Development of Sport Expertise, 2007)

Dividere i bambini in fasce per abilità a 8 anni equivale a un’eccessiva enfasi sulla prestazione precoce, ostacolando proprio quel contesto di gioco libero e inclusivo che Côté ritiene fondamentale.

2. Rischio di esclusione e perdita di motivazione

Creare gruppi basati su livelli di abilità può portare a:

  • Stigmatizzazione dei bambini che in quel momento sono fisicamente meno sviluppati di altri
  • Perdita di autostima
  • Minor motivazione a lungo termine

Secondo Côté, un clima orientato alla competizione precoce porta spesso all’abbandono sportivo, mentre un clima orientato al divertimento e alla partecipazione favorisce la permanenza nello sport e lo sviluppo di abilità motorie nel tempo.

3. Sottovalutazione delle traiettorie di sviluppo individuali

Le abilità motorie a 8 anni sono altamente variabili e influenzate da molti fattori non stabili, come lo sviluppo fisico, le opportunità di gioco, e il supporto familiare. Côté sottolinea che:

“Early ability is a poor predictor of long-term success in sport.”
(Côté & Fraser-Thomas, 2007)

Selezionare o dividere i bambini in base a queste abilità a una fase così precoce non è predittivo del loro potenziale futuro e può invece limitare le opportunità per chi si sviluppa più lentamente.

Conclusione

Applicare una divisione per livelli a bambini di 8 anni nel calcio va contro i principi dello sviluppo positivo attraverso lo sport. Una tale pratica:

  • Riduce il piacere e l’inclusività.
  • Favorisce la precoce esclusione.
  • È basata su criteri non affidabili per il lungo termine.

L’approccio migliore consiste nel promuovere il gioco misto, la varietà e la scoperta, lasciando che le abilità si sviluppino naturalmente in un ambiente di supporto e motivazione.

 

 

Lo sport oggi: sogno, professione e sfida psicologica

Fino a qualche decennio fa, praticare sport era per molti una passione coltivata nel tempo libero, un’attività che si alternava allo studio o al lavoro. Solo una piccola élite riusciva a trasformare lo sport in una carriera. Oggi, invece, lo scenario è completamente cambiato: lo sport è diventato un modello di vita, una professione a cui ambiscono milioni di giovani, sostenuti spesso da famiglie che investono tempo, denaro ed energie nella loro crescita atletica.

Questo cambiamento non è solo culturale, ma profondamente antropologico. Lo sport è passato dall’essere una scelta di pochi privilegiati a una vera e propria vocazione di massa. In molte famiglie, l’allenamento, la dieta, la performance e la visibilità social sono parte integrante della quotidianità. Atleti di ogni disciplina sono oggi considerati modelli da seguire, non solo per le vittorie, ma per il loro stile di vita, il loro aspetto fisico e la loro esposizione mediatica.

Un’opportunità concreta

Per tanti giovani, lo sport rappresenta un’occasione concreta di riscatto sociale, di successo economico e di realizzazione personale. L’accesso a palestre, accademie, centri federali e la diffusione dei social media hanno reso lo sport più accessibile e più visibile. Allenatori, preparatori, nutrizionisti e psicologi dello sport sono diventati figure quotidiane nel percorso di crescita atletica. Le possibilità di “fare carriera” nello sport sono oggi più numerose, anche grazie all’indotto creato da media, sponsor e tecnologia.

Dietro il sogno, anche molte ombre

Tuttavia, questa nuova dimensione dello sport, se da un lato apre nuove strade, dall’altro ne nasconde anche le fatiche, i rischi e le fragilità. Il desiderio di diventare professionisti, spesso coltivato fin da giovanissimi, può generare una pressione psicologica molto forte. L’ansia da prestazione, la paura di deludere, l’ossessione per il risultato e l’identificazione totale con il proprio ruolo di atleta possono portare a stati di stress, isolamento, frustrazione e, in alcuni casi, a veri e propri disturbi psicologici.

Molti giovani finiscono per sacrificare amicizie, scuola, tempo libero, crescita personale. Non di rado si trovano a dover affrontare delusioni profonde, specialmente se il sogno sportivo si interrompe per un infortunio, un’esclusione o semplicemente perché non si è “abbastanza bravi”.

Anche le famiglie, seppur animate dalle migliori intenzioni, possono contribuire a creare pressioni eccessive. L’idea di “investire” nello sport dei figli può portare a coltivare aspettative troppo alte, trasformando un’opportunità educativa in una corsa verso il successo.

L’importanza dell’equilibrio

È quindi fondamentale promuovere una cultura dello sport che non si limiti alla performance, ma che tenga conto della persona nel suo insieme. Lo sport deve essere innanzitutto un’esperienza di crescita, di apprendimento, di relazione. È giusto coltivare i sogni, ma è altrettanto giusto accompagnare i giovani nel percorso, aiutandoli a gestire le sconfitte, a mantenere un equilibrio tra sport e vita personale, a non legare la propria autostima solo ai risultati.

Genitori, allenatori, insegnanti e istituzioni hanno un ruolo centrale in questo. Devono essere alleati nel costruire un ambiente sano, che sappia sostenere senza opprimere, motivare senza ossessionare, educare anche alla possibilità del fallimento.

Conclusione

Lo sport oggi è una delle espressioni più forti della nostra società: riflette i sogni, le ambizioni e i valori dei giovani. È giusto valorizzarlo, ma anche proteggerlo. Solo se riusciremo a guardarlo non solo come strumento di successo, ma come esperienza umana complessa, potremo trasmettere alle nuove generazioni un’idea di sport che faccia bene al corpo, ma anche alla mente e al cuore.

Rafa Nadal: non chiamiamolo leggenda

Ieri, al Roland Garros, è stato celebrato Rafa Nadal per le sue 14 vittorie in 20 anni in questo torneo. È stato un percorso impensabile, tanto meno programmabile. A riconoscergli questa impresa sono accorsi 14.000 spettatori, insieme agli altri tre giocatori che hanno dominato con lui il tennis negli ultimi 25 anni: Roger Federer, Novak Djokovic e Andy Murray. Nadal, come loro, è stato un vincitore seriale: ha conquistato 22 Slam e ha vinto il 96% delle partite giocate al Roland Garros.

Una serie incredibile di successi, probabilmente irripetibile nei numeri, come lo sono anche quelli degli altri tre componenti di questo gruppo soprannominato “I Favolosi 4”. Ma non chiamiamoli leggende dello sport. Un tempo con questo termine si indicavano i santi, la cui vita veniva narrata e arricchita dalla fantasia popolare. Oggi, non abbiamo bisogno di abbellire con la nostra immaginazione da tifosi la storia di successo di Nadal e dei suoi avversari. Devono rimanere, agli occhi di tutti, atleti che hanno realizzato qualcosa che nessun altro era riuscito a fare.

Se vogliamo che i giovani tennisti li considerino un punto di riferimento da cui imparare, dobbiamo seguirne le imprese per comprendere davvero come si diventa vincitori seriali.

Molti giovani talenti nello sport si perdono per strada anche perché vivono in modo fideistico i successi dei campioni che ammirano. Non comprendono cosa ci sia alla base delle vittorie e vedono solo che, nei momenti difficili, mantengono l’autocontrollo e riescono a uscirne. Raramente si chiedono come abbiano imparato ad affrontare quelle situazioni, perché la loro convinzione li porta a pensare che riescano a risolvere i problemi meglio degli altri semplicemente perché sono campioni. È lo stesso atteggiamento che si ha nei confronti della vita dei santi: la si arricchisce con interpretazioni personali prive di qualsiasi legame con la realtà.

Per questo, non chiamiamoli leggende: questa lettura non aiuta a capire le ragioni profonde dei loro successi ricorrenti.

Chi preferisce pensare che Nadal sia una leggenda non potrà mai fare proprio un concetto fondamentale insegnatogli da Toni Nadal, zio e allenatore: da giovane, Rafa aveva compreso e accettato pienamente l’importanza dell’impegno quotidiano, senza eccezioni, durante tutti gli anni di allenamento.
Si presentava sempre in campo con l’atteggiamento giusto, senza lasciarsi andare allo sconforto o a gesti di frustrazione come rompere una racchetta, pronto a lavorare più del previsto, senza mai lamentarsi, colpendo ogni volta la palla con la massima determinazione.
Ma, più di ogni altra cosa, aveva accettato con maturità che, anche rispettando tutto questo con costanza, il successo non sarebbe stato garantito.

Non perdiamo mai di vista il lato umano e personale dei campioni più vincenti della storia dello sport, altrimenti sprecheremo l’occasione di imparare davvero da loro.

Tennis: tanto allenamento e poca fiducia – come è possibile?

Come è possibile che un giovane tennista di 16/18 anni che gioca a tennis 50 ore al mese, preparazione fisica 25 ore, 5 ore di allenamento mentale per un totale di 800 ore per 10 mesi non sia consapevole di questo dato e non faccia rendere come potrebbe questa esperienza in torneo? insicurezza? Poca comprensione del valore dell’allenamento? Allenatori fanno poco per renderli consapevoli e parlare insieme di queste cose’ troppa pressione sulla vittoria allontana questi pensieri? Troppa attenzione a correggersi e poca sulle abilità acquisite?

Immaturità emotiva e poca fiducia 

A quest’età, spesso,  l’identità sportiva è ancora in formazione. Il confronto continuo con i pari o con aspettative esterne (famiglia, coach, ranking) può minare la fiducia:

  • Nonostante il carico di lavoro, l’autoefficacia (la sensazione di “sono capace”) può non consolidarsi.
  • Le sconfitte pesano più delle ore investite, perché l’ego sportivo è fragile.

Focus distorto: vincere vs. migliorare

Spesso il messaggio, anche implicito, è: “Conta vincere”. Questo porta a:

  • Disconnessione dal processo: il giovane non pensa “ho fatto 800 ore”, ma “ho perso al primo turno”.

  • Sottovalutazione dei progressi invisibili, perché l’unico feedback viene dal risultato.

Allenatori: poco spazio alla consapevolezza

Molti allenatori lavorano tanto sul “cosa fare”, ma poco sul “cosa significa ciò che stai facendo”:

  • Raramente si riflette insieme sull’identità dell’atleta, sui progressi, sull’esperienza acquisita.
  • Si correggono errori, ma non si celebrano abbastanza le competenze sviluppate.

Mancanza di alfabetizzazione mentale

Cinque ore al mese di allenamento mentale spesso non bastano per:

  • Costruire consapevolezza del proprio percorso.
  • Apprendere strategie di auto-riflessione, auto-valutazione e regolazione emotiva.
  • Lavorare in profondità su concetti come valore del lavororesilienzavisione di lungo termine.

Sovra-correzione tecnica: l’atleta non “vede” ciò che sa fare

Quando l’attenzione è sempre su cosa va corretto:

L’atleta non interiorizza ciò che ha già acquisito.

Sente che non è mai “abbastanza pronto” per esprimersi, e rimane incastrato in una mentalità da “work in progress” continuo, che soffoca la fiducia in gara.

Conclusione: la consapevolezza va allenata, non capita da sola

Per trasformare le 800 ore in prestazione solida serve:

  • Un lavoro educativo multidisciplinare (coach, preparatore mentale, genitori).
  • Costruire una narrativa interna chiara: “Chi sono? Quanto sono cresciuto? Cosa sto sviluppando?”
  • Ridurre l’ossessione sul risultato a breve termine.
  • Valorizzare l’esperienza, la fatica e le abilità costruite.

Le pressioni sociali che generano l’abbandono sportivo delle ragazze

Una recente ricerca condotta a livello globale dal marchio Unilever, in collaborazione con il Centre for Appearance Research (CAR) e il Tucker Center for Research on Girls & Women, ha evidenziato un fenomeno preoccupante legato all’abbandono dello sport da parte delle adolescenti. In Italia, lo studio è stato approfondito da AstraRicerche, con risultati che meritano attenzione.

Dati principali emersi dalla ricerca

  • Abbandono dello sport tra le ragazze adolescenti:
    • Il 50% delle ragazze tra i 13 e i 17 anni smette di praticare sport.
    • Tra queste, 2 su 3 lo fanno a causa di insicurezze legate all’aspetto fisico e alla mancanza di fiducia in sé stesse.
  • Reazione dei genitori all’abbandono sportivo:
    • Quando è una figlia ad abbandonare lo sport, la scelta viene accettata nel 73% dei casi.
    • Se invece è un figlio, il tasso di accettazione scende al 51%: i genitori sono più propensi a spingere i ragazzi a continuare, mostrando una chiara differenza di atteggiamento tra i sessi.
  • Pressioni estetiche e disagio:
    • Il 47% delle ragazze italiane intervistate dichiara di sentirsi a disagio a causa delle pressioni sociali che impongono di essere sempre in forma e attraenti.
  • Origine delle critiche:
    • Il 45% delle ragazze afferma di essere stata criticata in relazione al proprio aspetto.
    • Le critiche provengono perlopiù dai coetanei.
      • Nel 22% dei casi, le critiche arrivano da altre ragazze.
      • Nel 15% dei casi, sono i ragazzi a rivolgerle.
    • Questo dato mette in luce una contraddizione con l’idea di solidarietà femminile, spesso promossa ma non sempre rispecchiata nella realtà.

Questi numeri sottolineano quanto le pressioni legate all’immagine corporea e le differenze di trattamento tra ragazzi e ragazze influenzino in modo significativo la partecipazione delle adolescenti allo sport, contribuendo a un problema che ha risvolti sociali e psicologici importanti.

Gli aspetti mentali della maratona

Correre una maratona: una sfida fisica e mentale

1. La maratona: molto più di una corsa

  • Richiede un’enorme resistenza fisica e mentale.

  • Oltre alla fatica fisica, i runner devono affrontare pensieri ricorrenti legati al dolore, alla fatica e al timore di non farcela.

  • Per questo motivo è fondamentale allenare anche la mente, non solo il corpo.

Tecniche psicologiche per affrontare la maratona

2. Mental training: l’allenamento invisibile

  • Gli psicologi dello sport propongono strategie per aiutare a gestire la mente durante allenamenti e gare.

  • Obiettivo: rendere l’esperienza più soddisfacente, migliorare la performance e superare i propri limiti.

3. Definire obiettivi realistici e motivanti

  • Scrivere obiettivi chiari, misurabili e progressivi (es. km settimanali, ritmo delle ripetute).

  • Usare slogan motivazionali visibili in casa per rafforzare l’impegno quotidiano.

  • Evitare obiettivi eccessivi per non alimentare frustrazione o rischi di infortunio.

  • Celebrarne il raggiungimento per aumentare l’autoefficacia e la motivazione.

Allenare la mente durante la preparazione

4. Costruire routine mentali

  • Inserire esercizi di simulazione durante l’allenamento.

  • Creare un piano mentale per affrontare i 42 km.

  • Prepararsi ad affrontare il dolore e la fatica anche con l’allenamento psicologico.

5. Strategie cognitive: associazione e dissociazione

  • Strategia associativa: focalizzarsi sulle sensazioni corporee e la tecnica (preferita dagli atleti esperti).

  • Strategia dissociativa: distrarsi con pensieri esterni per alleggerire la fatica (più usata da amatori).

  • L’approccio più efficace è flessibile: associativa all’inizio e alla fine, dissociativa nella parte centrale della gara.

6. Visualizzazione: correre con la mente

  • Immaginare in dettaglio la gara, gli ostacoli e la vittoria (che può corrispondere al raggiungimento di un obiettivo personale).

  • Visualizzare se stessi mentre si superano difficoltà specifiche (salite, meteo, crisi) e si taglia il traguardo.

7. Self-talk positivo: parole che spingono avanti

  • Ripetere frasi motivanti e incoraggianti durante corsa e allenamento.

  • Scegliere parole chiave personali ed efficaci (“vai!”, “resisti!”, “fluido!”, “ancora 1 km!”).

  • Allenarsi a usarle in automatico per contrastare pensieri negativi.

Il giorno della gara: gestire energia e tensione

8. Prepararsi con cura

  • Organizzare tutto la sera prima (materiali, logistica, abbigliamento).

  • Arrivare in anticipo e mantenere un clima positivo e rilassato.

  • Familiarizzare con il percorso anche solo mentalmente se non lo si conosce.

9. Gestire la partenza e il ritmo

  • Evitare il “muro umano” iniziale mantenendo una posizione funzionale.

  • Controllare l’euforia per non partire troppo forte.

  • Dosare con saggezza le energie in base alla propria strategia di gara.

Durante la gara: superare crisi e rilanciare

10. Affrontare i momenti critici

  • “Il muro” è in parte fisico, in parte mentale: riconoscerlo senza temerlo.

  • Accettare la fatica come parte dell’esperienza, non come segnale d’allarme.

  • Il self-talk aiuta a contrastare il panico e a rimanere concentrati.

11. Focus sulla tecnica

  • Concentrarsi su elementi controllabili: respirazione, appoggio, postura.

  • Dopo una crisi, può aiutare una breve dissociazione per alleggerire la mente.

12. Dividere la gara in segmenti

  • Porsi mini-obiettivi (es. ogni 5 km o ogni 30 minuti).

  • Questo approccio rende la distanza più gestibile e mantiene la motivazione alta.

Conclusioni

Correre una maratona non è solo una prova fisica ma un vero percorso mentale. Preparare la mente con strategie psicologiche mirate permette di affrontare ogni fase – dall’allenamento alla gara – con maggiore consapevolezza, fiducia e soddisfazione. In questo modo, ogni maratona diventa un’esperienza di crescita personale, oltre che sportiva.

Sport come medicina preventiva e curativa

31 luglio 2024 la Commissione Sanità del Senato – Disegno di legge: “Disposizioni recanti interventi finalizzati all’introduzione dell’esercizio fisico come strumento di prevenzione e terapia all’interno del Servizio sanitario nazionale”.

Negli ultimi anni, lo sport ha superato la sua dimensione tradizionale di semplice attività ricreativa o competitiva, assumendo un ruolo sempre più centrale nella promozione della salute. Oggi viene considerato a tutti gli effetti una medicina preventiva e curativa. L’attività fisica regolare, se praticata con moderazione e costanza, contribuisce in maniera significativa al benessere psicofisico dell’individuo.

Una delle principali virtù dello sport è la sua capacità di contrastare la sedentarietà, una delle cause più diffuse di malattie croniche come il diabete di tipo 2, le patologie cardiovascolari, l’obesità e persino alcuni tipi di tumori. Il movimento, inoltre, migliora la circolazione sanguigna, rafforza il sistema immunitario e riduce lo stress, contribuendo anche al miglioramento dell’umore grazie al rilascio di endorfine.

Molti studi dimostrano che una regolare attività fisica a intensità moderata può anche ridurre l’incidenza di cefalee e mal di testa, migliorando la qualità del sonno e riducendo la tensione muscolare, spesso alla base di questi disturbi.

Lo sport, quindi, diventa una vera e propria “pillola naturale”, senza effetti collaterali, accessibile a tutti, che favorisce l’equilibrio tra corpo e mente. È una forma di prevenzione attiva che può migliorare la qualità della vita, allungare l’aspettativa di vita e rendere le persone più forti, non solo fisicamente ma anche mentalmente.

In memoria di Nino Benvenuti

La motivazione a migliorare è indispensabile