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Il Bayern ha sbagliato l’approccio mentale alla partita

Partiamo dalle statistiche estremamente a favore del Bayern contro l’Atletico Madrid: 33 tiri a 7, 72% di possesso palla a 28%, 23 cross su azione a 2. Solo leggerle rende ben chiaro l’andamento del match dell’Allianz Arena. Bayern a tratti incontenibile, con ritmi infernali, pressing continuo e stupende sovrapposizioni sulle fasce laterali. Cross, inserimenti, tiri da fuori di due bombardieri come Alaba e Vidal. Se non per 90 minuti, almeno per 75. Eppure l’Atletico è rimasto in partita, ha sofferto enormemente, ha colpito alla prima occasione buona e ha resistito anche nell’infuocato finale, mostrando una notevole capacità di resistere al gioco della squadra tedesca.

Nelle due semifinali il Bayern ha tirato 52 volte, ma ha segnato solo due goal. Dal punto di vista mentale il furore agonistico del Bayern è stato un ostacolo alla finalizzazione delle sue azioni, che consiste nel fare goal agli avversari. Questo avviene quando una squadra è prigioniera della bellezza del suo gioco, che trasforma più in un’azione estetica che in una centrata sull’ottenere un vantaggio determinato dalle reti messe a segno. Vuol dire che i calciatori hanno mancato in determinazione e tenacia nel raggiungere l’obiettivo della qualificazione alla finale. Certamente è bello divertire il pubblico e produrre del bel gioco ma bisogna anche vincerle le partite che sono decisive. Questa lo era e l’atteggiamento in campo della squadra è stato sbagliato.

Allenare emotivamente i giovani

Simeone, l’allenatore dell’Atletico Madrid, dopo la finale di Champions League persa ha detto che “si può vincere perdendo se dai tutto te stesso”. E’ un concetto chiave per lo sviluppo di un atleta e dovrebbe venire insegnato sino dal primo giorno che un bambino o una una bambino entrano iniziano uno sport. Al contrario si vedono giovani che appena commesso un errore si arrabbiano con se stessi o si deprimono. Sappiamo che ciò succede per la congiunzione di motivi diversi: i genitori sono distratti e non danno molto peso a questi comportamenti, gli allenatori sono più concentrati a insegnare la tecnica piuttosto che a allenare emotivamente gli atleti e i giovani stessi pure non sono bravi a esprimere le loro emozioni e a prendersi cura dei loro stessi in modo positivo. E così osservo quotidianamente tennisti che sbattono la racchetta a terra do po un errore alternano stati d’animo di rabbia e depressione contro di sé o in altri sport in cui fatto un errore ne ripetono altri perché si fanno dominare dalla frustrazione.  Per cambiare questo modo di vivere le sconfitte e gli errori servono genitori e allenatori più consapevoli del loro ruolo di allenatori emotivi e della necessità di lavorare con i loro figli e atleti a modificare questi comportamenti. Non bisogna imporre di certo imporre le nostre soluzioni di adulti ai loro problemi. Bisogna invece ascoltare in modo empatico e non per giudicare, così  che si sentano sostenuti e rispettati nei loro stati d’animo. Solo dopo questa fase si dovrebbe iniziare a parlare di cosa si potrebbe fare di diverso, dando tempo ai ragazzi di esprimere le loro idee e a noi di esprimere le nostre. Agire in questo modo richiede tempo e spesso è per questa ragione che gli adulti non seguono questa strada. Bisogna però essere consapevoli che se si agisce spesso in questa maniera i giovani cominceranno a pensare che le loro reazioni non interessano a genitori e allenatori e peggio ancora continueranno a comportarsi con se stessi in modo negativo. Se vogliamo che i nostri ragazzi sviluppino l’abilità di gestire con efficacia e soddisfazione i loro stress quotidiani dobbiamo spendere del tempo a insegnare loro come comportarsi, sentire e pensare in quei momenti.