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Recensione libro: Le Mete dell’Allenatore

Le Mete dell’Allenatore

Flavia Sferragatta

www.francoangeli.it

Il libro di Flavia Sferragatta è particolarmente interessante per diverse ragioni. La prima delle quali è che permette di comprendere quali siano le implicazioni psicologiche del rugby. Chiunque voglia avvicinarsi alla conoscenza della componente mentale di questo sport, con questo libro, potrà sviluppare una conoscenza approfondita di questi aspetti. Un secondo pregio consiste nel trattarli dal punto di vista delle loro applicazioni professionali. In tal senso, allenatori e psicologi possono trovare descritti non solo gli atteggiamenti e le competenze psicologiche tipiche del rugby ma anche indicazioni operative “su cosa è meglio fare” in funzione degli obiettivi che s’intende perseguire. Un terzo aspetto centrale del libro risiede nelle molte citazioni di rugbisti e allenatori che permettono a Sferragatta di illustrare le tematiche psicologiche, con il risultato di fare emergere  in che misura allenatori e giocatori di alto livello sono assolutamente convinti del ruolo giocato dalla mente e di come le competenze interpersonali della squadra siano al centro delle prestazioni sul campo. Non ultimo aspetto positivo di questo libro è che si legge con facilità e piacere. Ciò non significa che i temi esposti siano semplici ma che l’autrice oltre a dimostrare un’approfondita conoscenza di questo sport e della psicologia ha saputo esporre il suo pensiero con chiarezza.

 

Formazione psicologica allenatori

Non ho mai organizzato Corsi di formazione in ambito sportivo dedicati a migliorare le abilità psicologiche degli allenatori. Invece da un po’ di tempo ci pensavo perché il ruolo psicologico svolto dai tecnici è di estrema importanza a tutti i livelli, dai principianti agli atleti di valore assoluto, dai personal trainer agli istruttori dei bambini, dagli sport di squadra a quelli individuali. Oggi che il profilo di competenze dell’allenatore non può più essere basato come lo è stato in passato su un industrioso fai da te è necessario che il sapere tecnico sia accompagnato a un sapere gestire le persone e i gruppi. Ecco quindi che ho accettato volentieri l’idea del Centro di Psicologia dello Sport di Macerata di organizzare a Roma quattro giornate di psicologia dello sport dedicate a temi pratici che hanno l’obiettivo di aumentare le competenze professionali dei tecnici sportivi.

Ognuna è organizzata su un tema principale. La prima “Io coach” affronterà i temi della comunicazione interpersonale e dell’intelligenza emotiva. Quanti problemi sorgono perché non ci si sente capiti, questa giornata parlerà di questo e di come fare per migliorare. La seconda giornata affronta il tema “Squadra”, sapere attribuire obiettivi di squadra e individuali, capire perché alcuni si uniscono insieme mentre altri si odiano; e ancora è vero che è più facile guidare un gruppo di ragazzi piuttosto che un gruppo di ragazze? Gli allenatori maschi possono capire le loro giocatrici? Queste sono solo alcune delle domande a cui questa secondo incontro fornirà indicazioni e soluzioni pratiche. La terza giornata è invece dedicata alla “Componente mentale dell’allenamento” e verranno affrontati gli aspetti psicologici della preparazione fisica. Le routine sono solo un rituale o svolgono una funzione più complessa? E’ giusto richiedere più attenzione o è una frase che non vuole dire niente? L’allenamento ideomotorio si pratica solo in gara o è utile anche in allenamento? Si può parlare di preparazione mentale a un esercizio o non serve? La quarta giornata è invece centrata su “Lavorare in un settore giovanile”. Si parlerà ovviamente dei genitori: sono una risorsa o solo un problema? E poi ancora se i bambini non ragionano come gli adulti, perché li alleniamo come se lo fossero? E molti altri temi, fra cui: quali sono le caratteristiche dell’allenatore del settore giovanile?

Con questa breve sintesi ho voluto indicare che i temi saranno affrontati dal versante professionale, perché il nostro scopo è di fornire un’occasione di riflessione critica sulle proprie competenze e un’opportunità di miglioramento professionale. Questi sono i nostri obiettivi e quello che chiederemo ai partecipanti sarà di essere disponibili a interagire in maniera attiva così da rendere veramente speciali per tutti noi queste giornate.

Problemi allenatori con atleti sono ovunque gli stessi

I problemi che incontrano gli allenatori sono in tutto il mondo gli stessi. Altro aspetto, rispetto a venti anni fa gli allenatori sono più competenti dal punto di vista psicologico è quindi una sfida maggiore per gli psicologi quella di essere in grado di rappresentare per loro un valore aggiunto. Si rende pertanto sempre più urgente che gli psicologi che vogliono orientarsi professionalmente nello sport siano realmente qualificati. D’altra parte nessuno va da un cardiologo quando gli serve un ortopedico, o da un ingegnere spaziale quando gli serve un ingegnere civile. Lo stesso deve valere per le diverse specialità della psicologia, altrimenti se tutti, solo perchè laureati, possono intervenire in qualsiasi situazione senza conoscerne i tratti distintivi, le necessità e quant’altro, forse allora va anche bene scegliere un motivatore laureato in scienze politiche per lavorare con una squadra.

13° congresso mondiale della psicologia dello sport

Tra pochi giorni avrà inizio il 13 ° Congresso Mondiale di Psicologia dello Sport di Pechino, sono attesi più di 1.000 partecipanti. E’ la prima volta per l’Asia e probabilmente per il prossimo periodo la Società Internazionale di Psicologia dello Sport sarà guidata da un presidente cinese,a testimoniare quanto sia diffusa questa disciplina in ogni parte del mondo e la rilevanza che ha acquisito anche in Cina 

Imparare dagli errori: insegnamolo agli allenatori

Quanto è difficile imparare dagli errori, è la chiave del successo ma per molti è invece una palude in cui sprofondare sempre più sotto questo peso. Con facilità si pensa “Non dovevo sbagliare” anzichè “Cosa faccio per recuperare”. E’ vero che molti di noi da giovani hanno imparato in questo modo, come si dice ti hanno buttato in mare e chi ha imparato a nuotare è andato avanti va avanti mentre gli altri sono periti. Ma quanti ragazzi/e in questo modo hanno odiato lo sport, sono diventati poco fiduciosi verso di sé e probabili talenti si sono persi senza avere una prova di appello? La questione è comprendere se si vuole continuare in questo modo oppure se bisogna formare meglio gli allenatori dal punto di vista delle loro competenze psicologiche e relazionali, solo in sgeuito si potrà verificare chi/quanti sono quegli atleti e quelle atlete che nonostante un adeguato approccio psicologico da parte degli allenatori sono da orientare verso un’attività sportiva ricreativa e non agonistica.

Psicologia e atletica leggera

Psicologia e atletica leggera leggila su: http://www.iocorro.net/autore/Alberto-Cei/39

Le domande degli studenti di scienze motorie

Una domanda che gli studenti di scienze motorie mi pongono spesso riguarda l’importanza della soggettività, l’importanza cioè delle convinzioni degli atleti. Sono abituati a credere che ciò che non è misurabile con qualche strumento scientifico non sia vero. Quando parlano di fatica, ad esempio, pensano che ascoltare l’allievo non sia utile perchè oggettivamente gli esercizi che sta facendo non possono averlo stancato. Naturalmente questa impostazione mentale degli studenti risente dell’enorme ifluenzza che gli studi di medicina e fisiologia esercitano sulla loro formazione. Seguendo questo approccio all’allenamento danno, come giusto, rilevanza alla proposta tecnica della seduta ma tendono a sottovalutare l’importanza di sapere gestire la relazione con gli atleti. Per loro è sufficiente condurre un allenamento corretto in termini di carichi di lavoro o di progressione metodologica ma sono meno orientati a gestire le emozioni o fornire indicazioni specifiche su come affrontare un compito in modo concentrato.

Il Mito della boxe compie 70 anni

Muhammad Ali compie 70 anni e mi piace ricordarlo con alcune sue frasi:
“Che cosa è la boxe? Facile, tanti uomini bianchi che urlano mentre guardano due uomini neri che si battono tra loro”
“E perchè dovrei andare a combattere i vietcong, non mi hanno fatto niente. Loro non mi hanno mai chiamato negro”
“Amo la boxe, mi ha dato molto, ma a volte mi ha anche fatto pensare a quanto gli esseri umani possono essere spietati l’uno contro l’altro”
“La mia strategia era cercare di comportarmi  il più scientificamente possibile nei miei combattimenti”
“Non volevo farmi male davvero e non volevo che nessun altro se ne facesse”
“Volevo danzare, tenermi lontano dai colpi dell’avversario e volevo usare il cervello tanto quanto i pugni”
“I campioni … devono avere l’abilità e la volontà. Ma la volontà deve essere più forte dell’abilità.”                                    

“Cercavo di entrare nella testa del mio avversario e smontarlo psicologicamente. E’ stato cosi, in fondo, che vinsi contro Sonny  Liston e riconquistai il titolo combattendo con George Foreman”        

Vedi il video di When We Were Kings: http://www.youtube.com/watch?v=vgBDOWD9j5U

 

Il problema degli arbitri di calcio

Leggo che l’arbitro Rocchi, come altri colleghi in passato, potrebbe avere “problemi di gestione della partita”? Forse la subisce troppo, almeno in alcune occasioni? Ciò anche se in altre partite recenti ha fatto bene come in Chievo-Bologna, Novara-Roma e Lazio-Juventus o in Champions League (Chelsea-Valencia). Quindi non si discute la competenza arbitrale ma altro che a che fare con la gestione della partita. Ho lavorato molti anni con Casarin e Agnolin e so bene che l’ostacolo principale che gli arbitri devono risolvere consiste nella gestione psicologica e relazionale dell’incontro. Non basta essere tecnicamente competenti, questa è la condizione per essere lì, serve poi la capacità di sapere cosa fare in ogni momento. Si dice che rispetto al passato il designatore ha a disposizione meno uomini e quindi non può farli riposare o spostarli su partite più semplici (ammesso che ve ne siano). Questi aspetti influenzano di certo l’arbitraggio ma direi che oggi ciò che manca è la preparazione psicologica degli arbitri, vige “il fai da te” e non vi è nessuno sforzo sistematico per incrementare le loro abilità psicologiche. Fino all’avvento di Pairetto e Bergamo agli arbitri veniva invece data questa opportunità di miglioramento, che poi invece gli è stata vietata e solo in seguito ne abbiamo capito le ragioni. Complimenti continuate a reagire in modo indignato quando si dice che gli arbitri soffrono di “sudditanza psicologica”, che ovviamente è la reazione migliore per dimostrare che invece è proprio vero.

Psicologia nei grandi eventi e nelle grandi squadre

Ho lavorato in multinazionali in cui i manager inviati in altri paesi venivano formati da psicologi e antropologi sulla necessità di comprendere la cultura e la mentalità del paese e delle persone che avrebbero dovuto guidare e questo non certo per buonismo, ma per consentire il migliore e più rapido inserimento del manager in un nuovo ambiente psicologico e sociale. Significa volere comprendere il punto di vista degli altri allo scopo di massimizzare le proprie prestazioni. Avviene anche nello sport di livello internazionale o professionistico che sono ambiti in cui s’incontrano individualità e gruppi tra loro anche molto diversi? Direi di no! Alcuni esempi. Il nuovo allenatore della Roma: è pronto a dare un ruolo a Totti, conoscendone l’influenza sulla squadra e sui tifosi, portandolo a svolgere un ruolo positivo per la squadra. Questo richiederebbe la conoscenza della mentalità di un calciatore che non è mai voluto andare via da Roma. Ciò non vuole dire farlo giocare, bensì conoscere per servirsene: non credo venga fatto. Secondo, la IAAF, in relazione alla decisione di squalificare un atleta dopo una partenza falsa, ha mai chiesto ai diretti interessati: direi di no. Infine, Bolt si è mai chiesto come convivere felicemente con il suo obbligo di vincere a ogni costo: direi di no. Esperti in relazioni umane avrebbero potuto fornire loro informazioni e conoscenze tali da farli decidere per il meglio, limando i personali egocentrismi e la presunzione di avere sempre una risposta giusta per la semplice ragione che si occupa un ruolo importante.