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Allenare la mentalità per avere squadre di successo

Da tempo le nazionali degli sport di squadra non vincono più e presidenti di federazione e club si accusano vicendevolmente di fare poco per affrontare seriamente questo problema. Al di là di questa lotta sterile che evidenzia paradossalmente la difficoltà a ‘fare squadra’ per un interesse superiore alle singole esigenze, ciò che manca è il sapere come si sviluppa a lungo termine l’atleta. Sappiamo per certo che ci vogliono anni d’investimento, probabilmente almeno 10.000 ore di allenamento dall’inizio della pratica dello sport scelto sino a diventare giocatori esperti e maturi per affrontare eventi di livello internazionale. Abbiamo tanti presunti campioncini che non diventeranno mai giocatori di prima fascia per un eccesso di valutazione positiva quando sono adolescenti mentre i genitori si gratificano pensando di avere scoperto in casa un Totti, solo perché il loro figlio è più bravo dei suoi compagni o nella pallavolo e basket solo perché a 13/14 anni è più alto degli altri e allora ha vita facile a fare i punti. I genitori si entusiasmano, i club li sfruttano e l’anno successivo un altro diventa più bravo di loro e così avanti, il risultato è che si rovina l’autostima dei ragazzi che non sanno a cosa credere: ‘sono bravo oppure no?’.

In Italia la ricerca psicologica in questo ambito non è sviluppata perché difficilmente le squadre mettono a disposizione i loro giocatori per indagare sullo sviluppo psicologico di questi giovani. Non è lo stesso in paesi come il Regno Unito dove molte Football Academy hanno adottato un sistema denominato 5C’s che è un modello per sviluppare le abilità psicologiche (concentrazione, impegno, comunicazione, controllo e fiducia) durante le sessioni di allenamento. Lo stesso vale ad esempio in US per la Little League di Baseball, dove da 40 anno si utilizza sul campo un sistema per monitorare il comportamento dell’allenatore, il Coaching Behavioral Assessment System, che ne permette l’esame e fornisce al tecnico informazioni utili per migliorare professionalmente, tratte direttamente dal suo modo di lavorare con i giovani. Esistono, inoltre, sistemi per il miglioramento della concentrazione nelle abilità di precisione, trasversali a tutti gli sport di squadra come sono i calci di rigore, la battuta nella pallavolo, il tiro libero nel basket e i calci nel rugby, che potrebbero insegnare ai giocatori come affrontare queste situazioni, che dipendono in larga parte solo dalla convinzione che hanno in quel momento di fare nel modo migliore la cosa giusta.  L’utilizzo di questi approcci integrati nell’allenamento determinerebbe un migliore sviluppo dei giovani negli sport, potenziando in loro le competenze psicologiche di base, che saranno certamente utili anche nella vita di tutti i giorni ma che sarebbero di grande sostegno alle loro prestazioni che non sono mai solo tecniche. Rappresentano invece l’espressione massima del giocatore nella sua globalità fisica, tecnico-tattica e psicologica. Senza questo tipo di sviluppo personale e di gruppo sarà sempre difficile, al di là di qualsiasi forma organizzativa venga adottata dagli organismi sportivi, allenare futuri giocatori di successo.

Tuo figlio ha le caratteristiche per una carriera d’atleta?

Leggo oggi su Repubblica un’intervista alla giovane nazionale di pallavolo Valentina Diouf che alla domanda su quanto è importante la famiglia per uno sportivo risponde:

“E’ fondamentale. Bisogna capire se un figlio ha le caratteristiche per una carriera nello sport, sennò lo rovini”.

Condivido totalmente questa risposta e ritengo che la famiglia non possa sottrarsi a svolgere questa funzione educativa. Purtroppo molti genitori vivono, invece, nella speranza che il loro figlio/a diventi un campione e questo avviene non solo in quegli sport in cui il successo si associa alla ricchezza economica che si potrebbe raggiungere ma in qualsiasi sport che sia il tiro al piattello o la pallavolo. Questi ragazzi vivono in situazioni familiari in cui i genitori realizzano i loro sogni di successo attraverso quello dei figli. Oggi rispetto al passato è possibile ipotizzare una carriera sportiva per un giovane adolescente ma questa deve conciliarsi con l’altro impegno fondamentale, la scuola. Il tennis è uno degli sport in cui è più scandaloso questo approccio al successo, che per il 90% dei tennisti non avverrà. Raramente le famiglie si rendono conto che i loro figli non diventeranno mai tennisti di alto livello, perché è più facile per tutti sperare nel prossimo torneo o cambiare allenatore. E’ frequente che questi ragazzi/e abbiamo avuto un percorso scolastico facilitato, per cui l’idea di continuare gli studi è una scelta molto difficile perché non hanno acquisito le competenze per sapere come studiare e  ciò si accompagna spesso alla mancanza di altri interessi oltre il tennis. Per loro spesso l’unica possibilità è diventare insegnanti e in un futuro maestri di tennis. Lavoro bello e interessante ma come farlo, se non si possiede la cultura scientifica e sportiva necessaria. Come insegnare qualcosa in cui si è falliti come giocatori senza avere un percorso personale di sviluppo individuale?

Naturalmente di questi aspetti nessuno se ne occupa, poiché ai Circoli di tennis e alla Federazione interessano solo coloro che giocano mentre gli altri sono un peso da nascondere e da evitare. In tal senso i genitori sono anche soli in questo loro impegno educativo e non è prevista nessuna forma sistematica di sostegno e magari anche di educazione rivolta a loro stessi.

Recensione libro: Attività motoria-cognitiva nella scuola primaria

Attività Motoria-Cognitiva nella Scuola Primaria

Carmelo Pittera

2014, p. 127

Euro Centro Studi “Gabbiano d’Argento”

Ho conosciuto Carmelo Pittera più di 30 anni fa, ero molto giovane mentre lui aveva già raggiunto come allenatore della nazionale di pallavolo il 2° posto ai mondiali. Negli anni seguenti siamo diventati esperti nella comprensione del movimento dei bambini, lavorando sui suoi insight. Carmelo ha continuato a lavorare in questa direzione e ora ha pubblicato un nuovo programma chiamato SELL. In questi anni lo ha applicato in Nord Iralia (Gorizia), in Slovenia e in Argentina. Lo considero un approccio nuovo basato su un solido background teorico, è innovativo e ogni insegnante lo può facilmente introdurre in classe. Ritornerò in futuro su questo progetto che volevo iniziare a condividere con voi e della cui innovatività e validità ne sono convinto.

Ciò che segue è l’introduzione di Carmelo Pittera a questo progetto.

Il mio interesse nei riguardi del Minivolley inizia sul finire degli anni settanta, quando conobbi colui che possiamo definire come l’inventore del Minivolley, il professore Horst Baacke, che aveva introdotto nella Germania dell’Est una prima forma di pallavolo per gruppi di bambini dai dieci a dodici anni.

Dal punto di vista culturale e didattico, ero scettico circa i vari aspetti della specializzazione precoce nei giochi sportivi, principalmente a causa della definizione proprio di Minisport. Ero tuttavia convinto che nei bambini da otto a dieci anni l’educazione motoria deve essere considerata un’attività al servizio dello sviluppo integrale del bambino. È realmente importante che i percorsi educativo – motori lo aiutino nella sulla crescita globale.

Così vide la luce la prima bozza del “Sillabario Motorio”, che rappresentò, personalmente, il punto di partenza del sistema SELL (Segnalazione, Esecuzione, Lettura, Lateralizzazione) e anche la mia prima produzione e applicazione dello studio personale menzionato precedentemente. Al sillabario motorio fece seguito la pubblicazione di “L’alfabeto del movimento”, che raccolse i risultati ottenuti nella ricerca sulla “fase espressivo – analogica” dell’educazione motoria. Pubblicato in quattro volumi, la parte pedagogica fu scritta da esperti in educazione primaria e psicologi.
Il SELL è un sistema educativo che ha come obiettivo l’insegnamento, la strutturazione e l’implementazione di “circuiti” neurali che interessano, partendo dall’area motoria, gli aspetti cognitivi. Sviluppa nei bambini, non solo la possibilità di interagire con altri (socializzazione), ma anche la possibilità di fare in modo migliore le cose con gli altri (cooperazione). Si può definire come:

  • Attività intuitiva, indotta dall’ Osservatore (o il Segnalatore), attraverso quattro mediatori: attività (esperienza diretta), iconici (disegni), analogici (drammatizzazione) e simbolici (colori e numeri, fra gli altri per rappresentare le variabili e le loro relazioni);
  • Un percorso attraverso il quale l’Osservatore costruisce contesti di apprendimento nei quali il bambino è portato a porsi domande piuttosto che aspettare risposte predefinite.
  • Un linguaggio uniforme, uguale per tutti, che non richiede parole specifiche, facilmente accessibile in quanto adattato al potenziale motorio e cognitivo del bambino.

S.E.L.L. (Segnale, Lettura, Esecuzione, Lateralizzazione) si struttura in quattro parti:

  • Il Sistema Analogico Espressivo è un percorso teorico – pratico per l’attivazione dei circuiti di apprendimento motorio e cognitivo a partire dai 4 anni. E’ strutturato in vari percorsi didattici utilizzando le possibilità ambientali o corpo libero combinato con la parete e il suolo; o giochi di costruzione di figure e simboli con la bacchetta combinandoli con il proprio corpo e quello dei compagni; o analogie con il mondo animale e naturale combinate con colori e a corpo libero; o giochi con materiale didattico semplice (palloncini, carte, etc.).
  • Il Sistema Analogico Simbolico ottico e acustico per il miglioramento degli schemi motori di base dagli 8 ai 12 anni: correre, saltare, lanciare, afferrare. Le azioni sono relazionate alla lateralizzazione e al rendimento oculo – manuale e oculo – podalico, all’equilibrio, ai sistemi di accelerazione e decelerazione sia del centro di gravità così come dei distinti segmenti corporei. Tutto questo si raggiunge attraverso simboli, elementi semplici e con gruppi specifici creati in modo speciale dal sistema SELL.
  • Il Sistema di Lateralizzazione, con e senza gruppo. Questo sistema è stato creato per facilitare lo sviluppo armonioso nella crescita motoria del bambino e nelle prestazioni relative ai “gradi di libertà”, con un’attenzione particolare ai problemi della parte non dominante del corpo.
  • Il Sistema di appoggio nello sviluppo dell’Analogico Espressivo, dell’Analogico Simbolico ottico e acustico, con materiali di carta e apparecchiature informatiche per facilitare l’apprendimento in aula e a casa.

I materiali sono costituiti da:

  • Il semaforo e il gioco del burattino;
  • Gli occhi direzionali, ipotetici o realmente rappresentati sulla maglietta oppure sulla punta delle scarpe;
  • La visualizzazione mentale: occhio della mente;
  •  L’attività oculo – manuali/podaliche sviluppate mediante l’uso di elementi convenzionali (palle, elastici, etc.) oppure non convenzionali (giornali, bottiglie vuote e altro).

Il gioco del semaforo e dei burattini, gli occhi direzionali e la visualizzazione mentale devono essere conosciuti e interiorizzati dai bambini prima di iniziare le unità didattiche dell’Espressivo Analogico e dell’Analogico Simbolico Ottico ed Acustico SELL.

Semaforo e il “gioco del burattino”
Durante le nostre lezioni pratiche, notiamo che l’imitazione dei bambini è spesso inesatta. Con i ricercatori del Sistema SELL si è cercato di risolvere questo problema cercando soluzioni adatte alle caratteristiche dei bambini.
Dopo vari tentativi siamo arrivati al “Gioco del semaforo”. La scelta di questo simbolo è stata adottata dopo aver avuto la prova della conoscenza universale dell’oggetto da parte dei bambini. Abbiamo individuato il simbolo del semaforo insieme all’immagine dell’ “Uomo di Vitruvio” di Leonardo da Vinci, modificato dal punto di vista cromatico con il fine di relazionare le diverse parti del corpo umano con i colori di questo simbolo.
La simbologia utilizzata, oltre ad aumentare il focus attentivo, ha un’influenza considerevole nello sviluppo dell’immaginazione e, di conseguenza, nella creatività delle forme. Permette ai bambini di migliorare la conoscenza della struttura del proprio corpo e all’insegnante, insieme ai bambini, di sviluppare nuove forme di gioco migliorando la stabilizzazione dei contenuti dell’insegnamento.

 

 

La faccia di chi vuole vincere

Questa è la faccia di chi vuole uscire da un brutto momento e vincere la partita. (L’italia di pallavolo stava perdendo 2-0 contro la Francia, poi è riuscita a ribaltare il risultato vincendo 3-2, grazie all’inserimento di giocatori che volevano vincere come l’alzatore Baranowicz).

Volley, Mondiali: l'Italia ritrova l'orgoglio, battuta in rimonta la Francia

L’Italia senza senso di appartenenza: tre sport, tre storie

Tre notizie che ho letto oggi sui giornali provenienti da sport diversi mi sembra abbiano un comune denominatore che rispecchia la carenza nel nostro paese del senso di appartenenza.

  1. La prima riguarda Alessio Cerci, giovane attaccante del Torino che va a giocare con l’Atletico Madrid campione Spagna. Così un altro giovane calciatore italiano lascia il paese (come Verratti, Immobile, Balotelli e altri) senza che nessuna squadra abbia fatto il possibile per trattenerlo. Certamente lui sarà molto soddisfatto, come gli altri, per la possibilità di giocare in una delle squadre europee più forti e per il salario percepito ma resto convinto che un paese che vuole essere vincente debba trattenere i talenti anziché lasciarli andare. Si può dire che i nostri club non fanno certo la guerra per avere i migliori.
  2. La seconda riguarda la nazionale di pallavolo che ha perso nella partita di esordio del mondiale 3-1 contro l’Iran. L’Italia è apparsa demotivata e poco aggressiva, ciò ha portato a percentuali di errori imbarazzanti. L’Iran ha mostrato l’atteggiamento opposto e ha meritato la vittoria. Si può vincere o perdere una partita ma dopo mesi di collegiali non si può iniziare un match importante con l’atteggiamento tipico di chi è destinato a subire. Gli italiani pensavano di vincere? Non credo, avevano già perso con l’Iran. In campo non si è visto  un leader capace di tenere unita e aggressiva la squadra, che facesse sentire l’importanza dell’impegno che dovevano affrontare. Dovrebbero essere atteggiamenti ormai ovvi;  gli atleti dovrebbero sapere a memoria come affrontare questi momenti negativi stimolando a vicenda il senso di appartenenza.
  3. La terza riguarda Daniele Meucci, vincitore della maratona agli europei di atletica leggera di quest’anno. Per continuare a studiare, ha dato 60 esami  d’ingegneria in 5 anni, e corre 180km la settimana. All’università non ha mai detto che era in nazionale perché probabilmente non l’avrebbero capito, e per correre esce al mattino alle 6 e poi di nuovo la sera sino alle 20, con il custode del campo che si lamenta con lui perché vorrebbe chiudere la pista prima dell’orario previsto. Un altro esempio di come l’Italia non aiuti lo sport, non c’è comunità con gli atleti e non viene stimolato neanche in questo caso il senso di appartenenza.  E giustamente Meucci dice: “Farò l’ingegnere: l’atletica passa, la vita resta”.

Gli errori degli arbitri

Inizia una nuova stagione agonistica, nel calcio come per gli altri sport di squadra, e gli arbitri svolgono un ruolo indispensabile per il corretto svolgimento del campionato. Ai direttori di gara non piace sentirsi dire che possono commettere errori per eccesso di arroganza personale e per eccesso di subordinazione nei confronti di squadre e giocatori. Non sto a parlare di incompetenza tecnica, perchè in questo caso lo sbaglio non è tanto dell’arbitro che mostra questa difficoltà, quanto piuttosto di chi lo ha designato per quella partita. Al contrario, anche l’arbitro internazionale più esperto può commettere errori dovuti a un eccesso di volontà d’imporsi o viceversa dovuti a una cautela eccessiva nei riguardi della squadra di casa, di quella più famosa o dei giocatori più importanti. Errori di presunzione o di soggezione nei confronti degli avversari si manifestano anche nelle squadre di alto livello, fanno parte di quei comportamenti in cui chiunque può cadere quando la tensione agonistica è molto intensa. La classe arbitrale e i suoi dirigenti non dovrebbero quindi negare errori di questo tipo, perchè possono manifestarsi anche nelle persone più competenti. Al contrario gli arbitri dovrebbero essere allenati a riconoscere quando questi atteggiamenti iniziano a manifestarsi nei loro comportamenti sul campo, così da correggerli immediatamente. Una regola che vorrei trasmettere agli arbitri è quella di non negare mai a se stessi un momento di difficoltà ma invece di riconoscerlo il prima possibile e cambiare il proprio comportamento in modo positivo.

Uscire dalla malattia con il gioco di squadra

Sintini con la moglie al Giro d'Italia

Giacomo Sintini è un giocatore di pallavolo, alzatore della squadra campione d’Italia. Ma lo scorso anno la situazione era molto diversa. Jack non è più quello di prima, ha continui dolori a livello delle costole e della scapola. Bastano pochi esami per capire che la situazione è davvero grave. «I forti dolori che sentivo -spiega Jack- erano dovuti a delle continue microfratture nelle costole. Ma i traumi dello sport non c’entravano nulla. All’interno di un osso era presente una lesione tumorale in continua crescita capace di assottigliarmi sempre di più le costole e causarmi forti dolori. Si trattava di un linfoma al IV stadio di sviluppo». Una diagnosi spietata capace di mettere KO chiunque, anche un tipo forte come Giacomo Sintini. «E’ tutto finito. Non puoi che pensare così quando ti dicono che hai un cancro. Gli ematologi mi avevano confermato che la situazione era abbastanza grave. Io e la mia famiglia rimanemmo pietrificati, completamente in preda allo sconforto» spiega Sintini. Oggi ha sconfitto questa malattia, grazie alle cure ricevute ma è lui stesso a affermare che è stato un vero proprio lavoro di squadra quello fatto insieme ai medici e alla sua famiglia, che gli ha impedito anche nei momenti più dolorosi di non perdere la speranza di potere guarire. (www.fondazioneveronesi.it/la-tua-salute/giro-d-italia/guarire-grazie-alla-ricerca-il-cancro-si-pu-sconfiggere-parola-di-giacomo-sintini/4504)

La spettacolarità del Badminton uno sport poco diffuso in Italia

Il badminton è uno sport quasi sconosciuto alla maggior parte degli italiani. E’ uno sport olimpico in cui primeggiano gli asiatici, gli inglesi e i danesi. Oltre all’abilità tecnica richiede prontezza fisica e mentale. E’ uno sport che permette di raggiungere l’alto livello internazionale anche se viene iniziato tardi, tra 16-20 anni.

In questo caso può essere praticato soprattutto da tennisti e pallavolisti che decidano di cambiare sport perchè non sono più soddisfatti di quel gioco o perchè non hanno ottenuto i risultati che speravano. Ad esempio, in relazione alla pallavolo ho in mente quei giovani che sono competitivi ma che se pur dotati fisicamente non hanno però raggiunto l’altezza necessaria per giocare in una squadra di alto livello, ecco che il badminton potrebbe rappresentare per loro un’opportunità per esprimere il loro talento agonistico e magari ottenere anche un posto in nazionale. Dico questo perchè molte esperienze effettuate in altre nazioni dimostrano come gli atleti evoluti imparano molto rapidamente uno sport che ha delle affinità con quello di origine (ad esempio pallavolo/tennis e badminton)  e se vi dedicano un tempo significativo nel giro di 3/4 anni possono partecipare a gare internazionali. 

Questo non significa sottrarre atleti ad altri sport ma permettere ai giovani che lo vogliono di valorizzare il loro talento sportivo in discipline in cui possono ottenerlo lasciando quelle in cui, per motivi diversi, non sono riusciti a emergere come avrebbero voluto.

Chi vuole avere notizie di questo progetto può scrivere a: http://www.badmintonitalia.it/la-federazione/contatti.html

Non va dimenticato che il badminton è pure molto spettacolare e adrenalinico come si può vedere in questo video:

Julien Maio badminton amazing shot

http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=4r6H9mUgcA8

 

Un altro allenatore si dimette per stress

Scrivo spesso della difficoltà di gestire lo stress. Questo è un problema non solo per gli atleti ma lo sta diventando sempre più anche per gli allenatori. Guardiola si è dimesso perchè sentiva il bisogno di prendersi un periodo di riposo. L’allenatore del Sydney con l’arrivo di Del Piero ha vissuto un periodo di stress intenso e anche lui si è dimesso. Ora è stato il turno di Alekno, ct della nazionale russa di volley  oro a Londra: anche lui si dimesso per troppo stress. Mi auguro che queste storie insegnino agli allenatori a formarsi maggiormente dal punto di vista psicologico.

Pessima la prima della pallavolo

La nazionale di pallavolo maschile ha giocato una pessima partita contro la Polonia, soprattutto ha perso la testa. Il giocatore più esperto, Mastrangelo, ha litigato con l’arbitro e la squadra nel quarto set si è sciolta. L’allenatore non è stato capace nei time out di trasmettere voglia di giocare. Questa sconfitta non compromette il percorso olimpico ma l’assenza di una reazione positiva della squadra deve essere compresa e risolta, altrimenti accompagnerà la squadra come un fantasma pronto a rovinare il gioco in qualsiasi momento del torneo.