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La caduta di Maria Sharapova

Ho sempre portato Maria Sharapova ad esempio per come riesce a gestire lo stress agonistico con la sua routine al termine di ogni punto. “Imparate  da lei” dico alle ragazze e ragazzi che giocano a tennis, probabilmente solo Jonny Wilkinson, nel rugby, ha una routine così bene definita ed efficace per restare freddi nei momenti di maggiore pressione agonistica. I giovani dovevano prendere  esempio da lei, non per imitare passivamente un modo di essere ma per capire che bisogna avere un sistema efficace per gestire le proprie ansie e insicurezze, era un modello. Bene, ora tutto questo è scomparso perché ci pensava il Meldonium  a migliorare la sua capacità di gestire lo stress. E poi li sento i discorsi di questi giorni: “Se vuoi stare nei primi cento non puoi farne a meno”, “guarda Tizio e Caio, si fermano perché li hanno avvertiti, che altrimenti sarebbero stati accusati di doping”. Come scrive Maurizio Crosetti su Repubblica: “Il fuoriclasse truccato cade quasi sempre di schianto, come una sequoia, ma in quel tronco il cedimento era antico e invisibile, qualcosa di molto interno e buio”. Lo sport tradito nelle sue emozioni, nell’essere realizzazione dei sogni, in quella bellezza estetica unita alla competitività che porta a confrontarsi con gli altri, per realizzare ogni volta il motto “vinca il migliore”. Bene, oggi abbiamo scoperto un altro atleta top che appartiene invece alla categoria “i furbi”, Maria Sharapova come tutti gli altri che sono stati beccati a doparsi. Dobbiamo accettare che la Sharapova faccia parte di questa categoria come tanti altri a cui ci siamo ispirati amandone le imprese, erano finte. Dobbiamo comunque continuare a essere convinti che sia possibile raggiungere risultati di livello assoluto anche senza fare uso di doping o abuso di farmaci. Ricordiamoci che i limiti sono spesso solo mentali. Prima di Reinhold Messner nessuno era mai andato sugli ottomila senza ossigeno perché lo si riteneva impossibile, Prima di Roger Bannister tutti pensavano che non si potesse correre il miglio sotto i 4 minuti, 60 anni fa lui ci riuscì. Lo sport è un’esperienza in cui lo scopo è sfidare l’impossibile, superare le supposte barriere fisiche e mentali e realizzare imprese ritenute impossibili. Attrezziamoci per questo, questo sport non è per tutti, è per chi vuole realizzare i suoi sogni. Bisogna costruire una cultura sportiva che abbia queste basi e che alleni i giovani a praticare quotidianamente questi concetti. Cerchiamo “i divergenti”, come nella saga di Veronica Roth, perché  loro rappresentano la soluzione e sfidano il male sapendo di poterci riuscire. E questa non sembri retorica, perché viene per tutti il giorno in cui qualcuno verrà a proporre di non fare lo stupido  e che è ora di fare quello che fanno tutti quelli che vogliono vincere e avere soldi e contratti, altrimenti resterai un nessuno. Attenzione, però, questi personaggi sono ovunque e possono essere il medico o gli stessi genitori.

 

Fallimento e responsabilità personale

“Il fallimento è dovuto solo alle mie paure, all’incapacità di sopportare di essere da solo. In questa immensità infinità”. (Reinhold Messner, Solitudine bianca). Ovviamente vale per tutti noi e non solo per gli alpinisti.

Fare per dubitare

Reinhold Messner ha scritto che “Si va in montagna anche per dubitare di se stessi”. Applichiamolo a ogni forma di prestazione.

Dispersi da 5 giorni sul Monte Bianco

“Ancor prima che sia montata la tenda, comincia a imperversare la bufera … La bufera è così forte che rinunciamo all’idea di parlarci. Come se si fosse interrotto il collegamento della voce da faccia a faccia. Momenti simili restano nella memoria. La visibilità copre uno spazio di due metri per due. Pieni di immagini paurose. Nella tenda, sull’esile cengia tra il crepaccio e l’abisso, aspettiamo il peggio … Mi rannicchio nella tenda senza dirmi quello che penso. Soltanto dopo alcune ore la stanchezza e il freddo mi rendono indifferente. Entrambi ci addormentiamo a tratti … In situazioni così pericolose non c’è una via d’uscita: farsene una ragione … Non penso più a niente, Né ai pericoli, né alle paure, né al domani. Ho smesso di reagire … Così trascorre la notte. La mia vitalità ha toccato il livello più basso da molti anni a questa parte parte.” Così ha descritto Messner, insieme a Kammerlander, la notte di bufera durante la salita all’ Annapurna (da Corsa alla vetta, 1986). Questo è ciò che si prova. Speriamo che i due alpinisti francesi bloccati a 4000 metri sul Monte Bianco da 5 giorni stiano ancora resistendo.