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The Dan Plan e le 10.000 ore per diventare progolf

The Dan PlanDan Laughlin, il trentenne fotografo, che tre anni fa a deciso di diventare golfista professionista partendo da zero sta mettendo alla prova la teoria dello psicologo Anders Ericsson secondo cui è possibile se si impiegano 10.000 ore di pratica. Dan dopo tre anni e 5.000 ore ha ottenuto un handicap di 5,2 e gli resta ancora da percorrere quasi metà del cammino. Ce la farà a ottenere questo risultato su cui nessuno avrebbe mai scommesso? Quello che è certo è che sinora ha raggiunto un risultato già  importante, dimostrare che una persona adulta, priva anche di qualsiasi precedente esperienza sportiva agonistica, grazie solo al suo impegno può ottenere un risultato sorprendente, per il basso handicap raggiunto in così poco tempo.

Seguitelo su: http://thedanplan.com/

Bisogna allenare la mente a gareggiare

Nonostante molti allenatori riconoscano il ruolo decisivo svolto dalla mente nel favorire/ostacolare le prestazioni sportive, ve ne sono ancora altrettanti che pensano che  le difficoltà mentali si superino allenandosi di più o partecipando a più gare. In genere chi la pensa in questo modo è convinto che a un certo punto l’atleta si sbloccherà e comincerà per lui/lei una nuova fase vincente della carriera. In sintesi, bisogna gareggiare, fare esperienza e poi vinto il primo torneo le cose si sistemeranno. Incontro molti atleti/e che mi raccontano storie di questo tipo ma con un risultato diverso e negativo, hanno ancora gli stessi problemi e queste difficoltà incidono sempre di più nel demolire la fiducia in se stessi. Dicono che si allenano bene e poi vanno in gara e ripetono sempre gli stessi errori. Devo allora spiegare ciò che ho ripetuto centinaia di volte e cioè che possedere la tecnica (quale che sia lo sport) non vuole dire sapere gareggiare, che è una cosa completamente diversa. Quando questi atleti/e diventano consapevoli di questa differenza, in genere si tranquillizzano e a questo punto si può spiegare loro che seguire un programma di mental coaching è proprio utile per imparare a guidare la propria mente in gara.

Si può diventare professionisti nel golf iniziando a 30 anni?

A che punto è la sfida di Dan McLaughlin? Non avendo mai giocato a golf, nell’aprile del 2010 Laughlin ha abbandonato il suo lavoro di fotografo per perseguire l’obiettivo di diventare professionista del golf, per mezzo di 10.000 ore di pratica. Durante i primi 18 mesi il miglioramento è stato lento e Mclaughling ha allenato singolarmente i colpi. In seguito, ha iniziato a giocare e la qualità del suo gioco è rapidamente migliorata. In 28 mesi ha così superato il 91% dei golfisti americani (26 milioni) che posseggono un handicap. Non c’è da stupirsi se ora il suo miglioramento è rallentato dato che deve confrontarsi in competizioni con un livello di handicap proprio solo del 10% di golfisti amatori (5,8). Dopo tre anni di allenamento McLaughlin è a metà del suo viaggio, ha giocato infatti 5.500 ore e ne ha altrettante da giocare per soddisfare la regola delle 10.000 ore, formulata dallo psicologo Anders Ericcson per raggiungere l’eccellenza. Il suo obiettivo è diventare un golfista. Questa scelta è molto interessante e per ora unica nel mondo dello sport; poichè è la prima volta che un individuo singolo, con nessuna precedente esperienza sportiva come atleta, non giovane ma adulto, cerca di dimostrare che l’eccellenza può essere raggiunta solo attraverso un impegno persistente nel tempo.

 

Yasmina al-Sharshani, la golfista del Qatar

In Qatar, lo sport sa diventando sempre più importante non solo in campo maschile ma anche in quello femminile. Ora anche nel golf le atlete stanno trovando spazio. Yasmina al-Sharshani (26 anni), è una ragazza giovane e dinamica, laureata  in Sports Science all’Università del Qatar, rappresenta la sua nazione Tornei Internazionali di Golf e si sta allenando per Rio 2016. Ha detto: “ Le olimpiadi in Brasile sono la mia ambizione perchè il golf ne farà parte dopo 112 anni di assenza. Mi sto preparando per le olimpiadi e spero di avere l’opportunità di rappresentare il mio paese, il Qatar”.

La resilienza di Woods and Snedeker

Dopo tre giorni di gara al 77° Masters Tournament di Augusta Tiger Woods ha dimostrato cosa vuole dire in concreto essere resilienti. E’ stato penalizzato di due punti per un’involontaria scorrettezza tecnica, penalità grave quando si gioca a questo livello. Al ritorno sul campo per un nuovo giro, all’inizio Woods ha commesso errori dovuti al nervosism0 provocato da questa situazione, poi si è subito ripreso, concludendo in 7° posizione a +4 dalla coppia di testa (Snedeker e Cabrera, 209) e con l’opportunità di continuare a gareggiare per la vittoria.

Anche Snedeker, 5° al mondo, non lì in vacanza. L’americano ricorda di essere stato in testa ad Augusta cinque anni fa nel giro finale ma crollò sotto la pressione. E’ un altro aspetto di resilienza:

Ha detto: “Ho passato 32 anni della mia vita per essere pronto per domani ed è stato un processo di apprendimento … Non sono qui per fare un buon finale. Non sono qui per finire fra i primi 5. Sono qui per vincere”.

 

 

 

 

 

Tiger Woods: “Voglio essere meglio”

Dopo la vittoria dell’altro mese al Arnold Palmer Invitational è stato chiesto a Tiger Woods se aspirava a ritrovare il suo tocco speciale. La risposta: “Non voglio diventare bravo come una volta. Voglio essere meglio”.

Tiger Woods: umiliarsi per tornare 1°

Si potrebbe dire che sottolineare la grandezza sportiva di Tiger Woods faccia parte di quella retorica un po’ noiosa che elogia i campioni che  dopo tanti problemi personali ritornano a essere numeri 1.  E’ stato distrutto dal gossip sulla sua vita privata con la pubblicazione degli sms che si scambiava con le sue numerose amanti, ovviamante ha divorziato dando 300 milioni alla moglie, ha avuto problemi fisici, è andato in televisione a scusarsi per i suoi comportamenti scorretti con la moglie, è sceso al 59° posto del ranking mondiale ma ha voluto ricominciare. Ci ha messo 3 anni ma ora è di nuovo il primo. 

Sono convinto che si tratti di un’impresa eccezionale, perchè realizzata in uno sport individuale dove la responsabilità di ogni risultato è solo ed esclusivamente tua. Certamente Woods si era messo da solo in questa terribile situazione, ha ammesso di avere sbagliato, si è umiliato perchè non riusciva più a fare bene ciò in cui prima eccelleva. Ma non ha rifiutato la realtà, che era fatta di prestazioni insufficienti e di un lento scivolare verso il fondo, non ha rinunciato a perdere sotto gli occhi di tutti i suoi tifosi, sponsor, media. Ha dimostrato che non era più il Tiger Woods vincente ma un altro giocatore che non solo non vinceva più un torneo ma che era retrocesso di 60 posizioni. La grandezza sportiva e umana sta proprio in questo, nel non avere rinunciato a umiliarsi e nel non avere rinunciato a allenarsi per ritornare a essere chi era. Questo non è avvenuto in poco tempo, sono stati necessari tre anni, ma ora è di nuovo il numero 1. Adesso potrebbe ritirarsi perchè ce l’ha fatta a resuscitare oppure continuare per battere nuovi record, dipende solo dalla sua voglia di grandezza.

Funziona il Piano di Dan per diventare golfista

Continua con successo l’esperienza di Dan McLaughlin che senza avere mai giocao prima a golf, nell’aprile 2010 ha lasciato il suo lavoro di fotografo per perseguire il suo sogno di diventare un professionista del golf grazie a 10.000 ore di allenamento, che lui raggiungerà a ottobre del 2016. Il bello di questo programma è che si può seguire sul suo sito e attualmente dopo quasi tre anni ha raggiunto 5,9 di handicap. E’ una storia incredibile che mette alla prova la teoria di Anders Ericssson secondo cui sono necessarie 10.000 ore per diventare esperti in qualsiasi attività. E’ una storia così incredibile che Dan nel suo sito propone: “Vuoi imparare come creare il tuo Dn Plan?  Inizia da qui e ti manderemo i cinque passi con cui lanciare il tuo Dan Plan”.  

Mi sembra una grande idea perchè sostiene l’idea che per diventare veramente esperti è solo questione di tempo e di seguire un programma adeguato.

Vai a:  http://www.thedanplan.com/

 

L’allenamento mentale degli adolescenti

In questo ultimo anno ho ricevuto molte richieste di lavorare con adolescenti per prepararli dal punto di vista mentale ad affrontare le gare. Mi sembra uno sviluppo positivo, poichè sta a indicare che in alcuni sport individuali vi è la consapevolezza dell’importannza dell’allenamento mentale anche nell’attività giovanile. Questo è avvenuto in relazione a tre sport: il tiro a volo, il golf e il tennis; discipline in cui i genitori devono per forza investire economicamente sui loro figli se vogliono che facciano esperienze agonistiche e di allenamento efficaci. Basti pensare ai 30 tornei di tennis annuali a cui un giovane deve partecipare, piuttosto che al costo di fucile, cartucce e piattelli nel tiro a volo o al costo per partecipare ai tornei di golf e per allenarsi con un bravo maestro. Diventa così evidente che percepita da parte dei gentirori l’esigenza del mental coaching, l’investimento economico diventa una delle voci di spesa che i genitori devono affrontare. Dico questo perchè è molto raro che una federazione sportiva, invece, investa sull’allenamento mentale nella fascia d’età juniores (che sarebbero i suoi talenti). Mental coaching che quando si ha 14-17 anni equivale alla formazione di quell’approccio mentale che utile per fare bene. Ad esempio, imparare in questa età ad avere un dialogo positivo con se stessi è assolutamente più facile che quando si sarà adulti, ed educa mentalmente il ragazzo o la ragazza a sapersi incoraggiare, ad affrontare le difficoltà con maggiorer serenità, o a correggersi in modo positivo e senza insultarsi. Mi chiedo perchè questa abilità psicologica così importante nella vita di ogni essere umano deve essere insegnata solo si è adulti, e molti poi neanche la imparano. E’ possibile che il limite dei ragazzi sia rappresentato da coloro (dirigenti e allenatori) che dovrebbero essere i loro insegnanti?

La sfida impossibile di Phelps

La sfida impossibile per Phelps è andare alle prossime olimpiadi come golfista. E’ questa l’ultima battuta dell’atleta che ha vinto più medaglie ai giochi olimpici. Non credo che Phelps  voglia veramente sfidarsi su questo terreno. L’impresa potrebbe comunque essere non impossibile. Infatti se Phelps volesse potrebbe allenarsi  e giocare complessivamente per 1500 ore all’anno per il prossimo quadriennio.  Come sappiamo per diventare un atleta di alto livello servono 10.000 ore di allenamento, ma a Phelps potrebbe essere sufficiente un numero minore di ore poiché la sua preparazione fisica e l’abilità a fronteggiare lo stress delle competizioni fanno parte del suo bagaglio di nuotatore e che dovrebbero essere mantenute ma non certo acquisite come novità. In altri termini, il trasferimento di talento da uno sport all’altro consente all’atleta di risparmiare quelle migliaia di ore che sono state necessarie per imparare a allenarsi, per accettare la monotonia di alcuni allenamenti, per imparare a sentirsi fiduciosi anche in situazioni di elevato stress agonistico o per essere in grado di ripetere in gara quello che si è fatto in allenamento. Phelps conosce bene tutto queste situazioni. Il problema è un altro e riguarda la sua motivazione: dopo tutto quello che ha fatto nel nuoto ha ancora voglia di spendere 1500 ore all’anno all’allenamento. Non ultima questione riguarda la concorrenza degli altri golfisti americani, in primis Tiger Woods, riiscirà Phelps a trovare un suo spazio fra questi campioni?