Archivio per il tag 'emozioni'

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Come siamo fatti strani

Come siamo fatti strani:

  • si perde più che vincere
  • è facile infortunarsi
  • è una carriera breve
  • si è vecchi nello sport quando gli altri sono ancora giovani
  • bisogna seguire uno stile di vita abbastanza duro
  • molti conducono una vita nomade
  • bisogna sempre dare il massimo e spesso non basta
  • se non vinci si diffonde l’idea che sei finito

ciononostante la passione che ci governa ci fa continuare contro ogni logica.

 

La condizione emotiva negativa del Napoli

Ieri mi chiedevo chi fra Juventus e Napoli avrebbe mostrato la voglia di vincere sin dall’inizio della partita e la Juve lo ha fatto sin dal primo istante. Sarebbe utile capire come mai questo stato mentale non è stato invece dimostrato dal Napoli che solo nel secondo tempo ha fornito, come si dice, “una prova d’orgoglio”. A mio avviso un allenatore esperto come Benitez dovrebbe avere dei parametri per stabilire se prima di una partita importante la sua squadra è nella condizione emotiva ottimale per affrontare un avversario di cui si conosce il sistema di gioco e altrettanto bene si conosce lo spirito combattivo che Conte riesce a trasmettere ai suoi giocatori. Con questa consapevolezza si va in campo sapendo cosa è molto probabile che accada e che in realtà si è poi verificato. Certamente i calciatori non sono robot che eseguono i comandi di Benitez però una squadra che vuole vincere non può entrare in campo con quell’atteggiamento. Credo quindi sia importante per il Napoli capire come mai l’atteggiamento dei giocatori sia stato così rinunciatario nei comportamenti, si può essere inferiori in termini di qualità di gioco ma non in relazione alla volontà di fronteggiare al meglio delle proprie capacità gli avversari. L’unico che ha dimostrato un approccio positivo è stato Reina, il portiere del Napoli, che ha svolto il suo ruolo con determinazione. Il Napoli deve migliorare nella capacità di entrare in campo con la condizione emotiva che gli consente di giocare una partita con determinazione, altrimenti la classe dei singoli giocatori e della squadra resta chiusa  in un cassetto di cui si è persa la chiave

Il tennis è un tritacarne emotivo

Nadal dice che il tennis è uno sport difficile e solitario in cui l’aspetto mentale è dominante su ogni altra cosa. E’ una descrizione di questo gioco, professione, che spiega in poche parole quanto sia difficile avere successo nel tennis e contiene in sé la ragione per cui in tanti partono ma pochissimi diventano giocatori di alto livello, entrando a fare parte dei primi 100 al mondo. Il tennis è uno sport che mette a dura prova la fiducia in se stessi, perchè al termine di ogni scambio di gioco uno perde e l’altro vince e questo si ripete per decine di volte, distanti pochi secondi l’una dall’altra. Sottoporre se stessi a questa sottile tortura è ciò che amano e odiano i tennisti, ma quando ci si trova dentro questo tritacarne di alti e bassi, che stimolano sentimenti contrastanti sono pochi quelli che resistono alla tentazione di mollare e mantengono alta la fiducia in se stessi.

Inizia il campionato di calcio: vince chi gestisce meglio le emozioni

Inizia una nuova stagione di calcio, quest’anno ancora più importante perché si concluderà con la coppa del mondo in Brasile. Vi è quindi un’ulteriore ragione per i calciatori a voler giocare al proprio meglio, con l’obiettivo di rientrare tra i 22 convocati per il mondiale sudamericano. In ogni caso, ciascuna squadra avrà la sua meta da raggiungere: per qualcuna sarà non retrocedere, per altre entrare in zona UEFA o confermare il risultato della stagione  precedente,  per altre ancora sarà vincere il campionato o entrare in Champions League. Al di là del livello tecnico-tattico posseduto, ogni squadra potrà mostrare il proprio valore solo se i giocatori in campo, la panchina, l’allenatore e il presidente dimostreranno un livello elevato di controllo emotivo. La gestione dello stress agonistico riguarderà tutti, nessuno  escluso.  Siamo stati spesso campioni di stress. Abbiamo il record di allenatori licenziati durante il campionato da presidenti  che non sanno contenere le proprie paure o il proprio narcisismo ferito anche da pochi risultati negativi. Siamo anche un campionato in cui si commettono troppi falli e non è vero che i calciatori non saprebbero evitarli, perché quando giocano a livello europeo ne commettono molti di meno. In Italia si sentono più liberi di non rispettare le regole, protetti da tifosi, presidenti e allenatori sempre pronti ad attribuire la colpa agli arbitri, a una congiura contro la loro squadra o al non avere capito che il calcio prevede il contrasto fisico. Gli allenatori sapendo che metà di loro durante il campionato sarà esonerato dall’incarico rischiano di vivere in modo drammatico i risultati negativi della loro squadra,  per molti si tratta di un lavoro a termine, certamente molto ben remunerato, ma rischioso come salire un ottomila di cui si conosce il numero di vittime che miete ogni anno. Nonostante queste incertezze è però assolutamente necessario che i protagonisti del calcio sappiano mantenere il sangue freddo, ricordando a se stessi gli obiettivi della squadra e come raggiungerli. Autocontrollo, gestione efficace dello stress, aggressività leale e rispettosa dell’avversario devono essere alla base dei comportamenti sul campo; in altre parole vuol dire sapere gestire le proprie emozioni in un contesto, la partita, che è invece una situazione altamente emotiva. Quindi le squadre devono vivere per 90 minuti questa condizione mentale mostrandosi capaci di gestirla con efficacia. Questa è a mio parere la sfida che ogni squadra  deve prepararsi ad affrontare e vincere ogni giornata del campionato, oltre al risultato finale dell’incontro.

Leggilo su:  http://www.huffingtonpost.it/../../alberto-cei/al-via-la-serie-a-una-sfida-alle-emozioni_b_3805629.html

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I top atleti hanno bisogno di un allenatore-leader

Un’abilità decisiva per un allenatore di atleti di alto livello consiste non solo nel possedere un bagaglio tecnico aggiornato, ma soprattutto nell’abilità di gestire i suoi migliori atleti. E’ un allenatore – leader perchè svolge la funzione di condurli a realizzare le migliori prestazioni. Non è un allenatore – insegnante così come lo deve essere con quelli meno esperti. E’ un allenatore che dialoga e che si pone nei panni dell’altro per stabilire una vicinanza emotiva. Questo perchè gli atleti di livello assoluto hanno uno specifico profilo così sintetizzabile:

  1. hanno già raggiunto alcuni degli obiettivi che si erano posti e perciò sono considerati persone di successo
  2. si caratterizzano per l’energia e l’impegno che pongono nella loro attività
  3. le loro competenze emergono in maniera decisiva proprio nelle situazioni di maggiore pressione competitiva
  4. sono convinti di essere in grado di affrontare la maggior parte delle situazioni o dei problemi in maniera efficace
  5. si assumono la responsabilità dei risultati delle loro prestazioni
  6. sono percepiti dagli altri come affidabili e competenti
  7. sono spesso considerati dai più giovani come un modello da emulare
  8. traggono il massimo della soddisfazione dal continuo rinnovarsi delle sfide che affrontano
  9. sono orientati a trovare soluzioni
  10. ricercano il contributo delle persone che li possono aiutare nel raggiungimento dei loro obiettivi

Naturalmente non bisogna cadere nell’errore di credere che un buon livello di efficacia in questi ambiti sia raggiunto con facilità o che questi individui non vivano dei momenti di difficoltà. Al contrario, queste capacità e questi standard sono raggiunti e mantenuti attraverso un lavoro continuo, uno sforzo teso al miglioramento anche quando questo sembra lontano, perseguito anche in quei giorni che sono frustranti e che sembrano non finire.

Abbiamo bisogno di una nuova definizione di successo

Abbiamo bisogno di una definizione di successo più umana e sostenibile. Stiamo vivendo da molti anni in un società in cui tutti i giorni vediamo gli effetti disastrosi dell’idea che l’unica cosa che conta è vincere. Le grandi truffe finanziarie e la diffusione del doping nello sport sono lì a dimostrare la pervasività di questa mentalità.

Solo in questi giorni abbiamo la confessione di un ex-ciclista, Jan Ulrich, di essersi dopato, l’esplosione di nuovi particolari sul caso del marciatore Schwazer e le proteste di massa in Brasile contro la politica del governo che impiega troppe risorse per i mondiali di calcio e per le olimpiadi.

Sono questioni gigantesche che sovrastano le stesse nazioni ma a cui si dovrà trovare delle risposte altrimenti, non è inverosimile immaginare che fra qualche decennio ci saranno le olimpiadi dei dopati e chi truffa, in qualsiasi campo, non penserà di sbagliare perché si discolperà così come ha fatto Ulrich dicendo: “Penso ci sia una truffa nel momento in cui uno si avvantaggia indebitamente. Ho voluto favorire la pari opportunità”.

I leader da sempre sanno che bisogna parlare il linguaggio delle emozioni, e talvolta l’hanno fatto per suscitare quelle più negative e brutali. Quindi bisogna sapere come supportare le emozioni che suscitano reazioni positive in noi stessi e nelle nostra comunità. Nella direzione di giungere a una nuova definizione di successo – oltre i soldi e il potere – Arianna Huffington ha organizzato per parlare di questo tema Third Metrics Conference.

Una delle idee discusse è stata questa: le persone vogliono impegnarsi in qualcosa con tutto il cuore al fine di trovare un significato (Ryumon Gutierrez Baldoquin). Non è solo un’idea filosofica ma è alla base della motivazione, per cui ognuno di noi vuole migliorare grazie al proprio impegno. Il problema è che l’idea del successo a ogni costo sta distruggendo questo concetto base; è il momento di contrastarla, altrimenti avremo un futuro sempre più dopato.

Non si può vivere una vita con la paura di sbagliare, non c’è motivazione che possa sostenere a lungo questo stile di vita, il risultato è solo un aumento dello stress e del disagio a vivere. Bisogna che impariamo a pensare e a parlare in termini di noi e non di io e loro. Usciamo dalla logica io vinco e tu perdi, se ci serviremo del noi non avrà più senso la logica del vincitore, perché avremo perseguito l’interesse della comunità. Quindi impegniamoci a tradurre in pratica i capisaldi che ci faranno uscire da questa visione di successo nefasta per la nostra comunità, ridefinendolo in termini di: benessere, saggezza, restituzione, empatia e capacità di stupirci.

(http://www.huffingtonpost.it/alberto-cei/una-nuova-definizione-di-successo_b_3491068.html?utm_hp_ref=italy)

 

Wilkinson e la fisica quantistica: un libro imperdibile

di Simone Battaggia

È ufficiale: Jonny Wilkinson giocherà almeno per un’altra stagione. Almeno fino alla fine del 2014-15 resterà a Tolone, dove a 33 anni sta vivendo una straordinaria chiusura di carriera. Dieci giorni fa è stato decisivo nella vittoria dei rossoneri contro il Leicester nei quarti di Coppa Europa: ha segnato tutti i 21 punti dei francesi (21-15), con 6 su 6 al piede e un drop realizzato all’ultimo minuto.

Dal 18 aprile sarà in vendita anche in Italia un libro breve – ma assolutamente straordinario – che ci permette di conoscere più da vicino il campione inglese. Il titolo è «Rugby Quantistico – Un dialogo tra sport e fisica» (96 pagine, 8 euro) ed è il frutto di un incontro avvenuto nel 2012 in Francia tra Jonny e due fisici teorici di altissimo livello, Étienne Klein e Jean Iliopoulos. Edd editrice ne ha affidato la traduzione al collega di Repubblica Massimo Calandri, che ha scritto anche la postfazione.
La prima notizia è che Jonny Wilkinson è appassionato di fisica quantistica. «Per tutta la vita sono stato ossessionato dall’idea di raggiungere la perfezione e sono rimasto deluso. Finché un giorno mi sono messo alla ricerca di un altro modo per arrivare a un’altra percezione del mondo e del mio lavoro. Prima di tutto mi sono rivolto al buddismo (…). E poco dopo ho scoperto che c’erano legami tra il mio lavoro e la fisica quantistica». In particolare, ad aver affascinato Wilko è il principio di indeterminatezza di Heisenberg. In soldoni, il fisico tedesco diceva che in determinati campi «le leggi naturali non conducono a una completa determinazione di ciò che accade nello spazio e nel tempo; l’accadere è piuttosto rimesso al gioco delcaso». Se anche nella fisica quantistica non tutto è controllabile, deve aver pensato Wilkinson, perché dovrebbe esserlo il rugby? Meglio rilassarsi. «C’è un primo livello che si può gestire: il pallone. Se calcio il pallone una, cento, mille volte, alla fine posso arrivare a riprodurre lo stesso risultato in partita e durante un allenamento. E poco alla volta ho la sensazione di poter controllare tutto. Poi c’è un secondo livello, in cui molte cose sono imperscrutabili, in cui un’altra parte di me è chiamata in causa, la parte che riguarda l’istinto, le emozioni profonde. Ed è lì che posso essere davvero me stesso, connettermi al mondo, e anche imparare qualcosa di nuovo». Così si scopre che, paradossalmente, per Jonny il calcio è la cosa meno interessante del rugby. A un certo punto lo definisce «un lavoro da portalettere».
Man mano che prosegue il libro, emergono altri punti di contatto strabilianti tra le due aree. Come l’importanza della fantasia, dell’inventiva, del lavoro di squadra nella lettura di un’azione di gioco così come nella scoperta di una nuova particella. Fino alla splendida definizione del rugby secondo il principio della termodinamica, dato da Étienne Klein: «L’essenziale della strategia consiste nel portare la temperatura, o la forza, o l’energia cinetica, o la potenza, o molto più semplicemente la massa, a livelli superiori a quelli della parte avversaria. E dunque a creare uno squilibrio tra una parte e l’altra del campo. Questo è il mio modo di vedere il rugby».
Chi non sa niente di quark e neutrini, quindi, non si spaventi. Chi scrive era e resta un’autentica capra in qualsiasi materia scientifica, eppure a fine libro si ha quasi la sensazione di aver capito a cosa serve e come funziona l’acceleratore di particelledel Cern di Ginevra. Straordinario.

Da: http://metadellaltromondo.gazzetta.it/2013/04/16/wilkinson-e-la-fisica-quantistica-un-libro-imperdibile/

La danza sportiva

Nessuno parla mai della danza sportiva, al massimo lo si immagina uno sport per anziani o per gli amanti dei balli tradizionali. Certamente è anche questo ma nella realtà è molto di più. L’ho potuto constatare andando in una sala ad assistere alla preparazione di una gara di ballo. Per prima cosa erano presenti  adolescenti, adulti e over65 o come è in uso in altri sport (nuoto e corsa) atleti e master. Le gare si svolgono nell’arco della giornata e le coppie vincenti superano varie selezioni. Ogni ballo è della durata di 90 secondi e ogni coppia deve completare una prova di cinque balli. E’ uno sport complesso che richiede tecnica, forma fisica, controllo emotivo, espressività e fusione perfetta fra i partner. Se qualcuno di questi  elementi viene a mancare la prestazione non sarà efficace. Necessita di allenatori competenti e come per ogni altro sport non basta avere ballato,  se pur ad alto livello, per potere insegnare ai principianti così come a quelli esperti. Per il pubblico è uno sport spettacolare e bello da vedere.