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Quanto una medaglia vale davvero la pena

 

 

Lo sviluppo dell’atleta è un processo a lungo termine

Quanti sanno che queste sono le fasi di sviluppo di un atleta da quando è un bambino, diventa adolescente, è un atleta e al termine della carriera si ritira?

Come siamo fatti strani

Come siamo fatti strani:

  • si perde più che vincere
  • è facile infortunarsi
  • è una carriera breve
  • si è vecchi nello sport quando gli altri sono ancora giovani
  • bisogna seguire uno stile di vita abbastanza duro
  • molti conducono una vita nomade
  • bisogna sempre dare il massimo e spesso non basta
  • se non vinci si diffonde l’idea che sei finito

ciononostante la passione che ci governa ci fa continuare contro ogni logica.

 

Quando ritirarsi da una splendida carriera sportiva

La carriera degli atleti si sta allungando sempre più, in particolare quella dei più vincenti che continuano la loro striscia positiva. Da Roger Federer a Valentina Vezzali a Francesco Totti sono molti i nomi famosi dello sport mondiale che si trovano in questa situazione. E allora quale può essere il principio per cui si prende la decisione di continuare piuttosto che di abbandonare? Mettendo da parte eventuali problemi fisici che possono impedire o limitare il proseguimento della carriera, l’elemento decisivo da prendere in considerazione riguarda la motivazione e la dedizione che devono continuare a essere forti e intense.

  • Motivazione vuol dire che si raggiungerà l’obiettivo prefissato grazie al proprio personale impegno.
  • Dedizione ci si riferisce all’intensità con cui lo scopo viene perseguito e  si traduce nell’impegno con cui si lavora nel quotidiano.
Quando queste due dimensioni psicologiche sono presenti gli atleti sanno che non è ancora giunto il momento di ritirarsi e i loro allenatori hanno un metro sicuro su cui misurare la volontà dei loro atleti, anzichè basarsi solo quello dell’età cronologica o degli anni di carriera variabili che possono stimolare i pregiudizi dei tecnici.

Il ruolo dell’educazione mentale nel tennis

Guardando le partite di qualificazione per gli Internazionali d’Italia di Tennis che sono iniziate oggi appare subito evidente la scarsa educazione mentale al gioco delle giovani tenniste. La routine tra un gioco e l’altro è spesso assente, si può vedere che le tenniste non si servono della ripetizione mentale del servizio prima di eseguirlo, spesso non fanno neanche lo stesso numero di rimbalzi con la palla prima di servire. In tal senso posso dire che non solo non seguono un programma di allenamento mentale ma che neanche s’impegnano a servire in una condizione di prontezza mentale adeguato. Spero di non essere stato troppo negativo ma se continuano a fare in questo modo non possono andare molto lontano.

Da grande vuoi fare l’atleta?

Mi sto rendendo sempre più conto che i ragazzi di 19/20 anni che sono atleti spesso non sono consapevoli di cosa comporti intraprendere questa carriera e soprattutto se quanto fanno è sufficiente per verificare se ne posseggono le caratteristiche. Ad esempio, un adolescente che si allena 15 ore alla settimana in un determinato sport individuale può aspirare con questo tipo d’impegno a diventare un giovane di livello internazionale? L’ho chiesto a molti ma in generale la risposta è: “Non so, io faccio quello che mi dice l’allenatore.” Con una carriera che se va bene dura 10 anni, come si fa a non sapere se ciò che faccio oggi è sufficiente (oltrechè valido) per raggiungere ciò che voglio? Altra domanda: “Hai 20 anni che vuoi fare? Vuoi continuare in questo modo che probabilmente ti permetterà di gareggiare a livello assoluto in Italia? O vuoi qualcosa di più?” La risposta il più delle volte è il silenzio. E allora: perchè gli allenatori non spiegano che con quel tipo d’impegno e di ore di allenamento si può raggiungere questo livello e invece, con un altro allenamento e più ore si può aspirare a un livello di prestazione superiore. Secondo me, non lo fanno semplicemente perchè non ci pensano e non per scelta o forse perchè temono di perdere quei pochi atleti che hanno. Quale che sia la ragione è comunque un peccato che si faccia così poco per rendere i nostri giovani più consapevoli di cosa comporti intraprendere la carriera di atleta. Anzichè ripetere il ritornello che sono pigri, perchè non cominciamo a pensare che forse si annoiano perchè non hanno davanti a loro sfide motivanti.

Anche loro fanno parte della meglio gioventù

Gli atleti fanno parte di quella che è stata chiamata la meglio gioventù. Ovviamente non si tratta di fornire patenti morali a qualche categoria rispetto ad altre, ma mi serve questa metafora per evidenziare un aspetto che da noi non è preso in considerazione. Si tratta del passaggio da una carriera di atleta a quella di ex atleta, e già la scelta del termine “ex” sta a indicare persone che vengono identificate per cosa non sono più e non per cosa sono o vogliono diventare. Perchè al di là delle parole, l’atleta  finisce un’attività che è stata totalizzante e nella maggior parte dei casi non  è pronto e nonsa come organizzare il proprio futuro. Sono invece convinto che al termine della loro carriera sportiva gli atleti sono un valore importante per una nazione che non deve essere assolutamente perso. Qui al massimo si sente dire “ma quello è ricco, che vuole?” oppure “lo sapeva che sarebbe finita.” Si passa in quella condizione sociale che gli americani molto pragmaticamente hanno definito “from hero to zero.” Da noi non esiste alcun programma in nessuno sport per la qualificazione di queste persone in nuovi ruoli, sono totalmente abbandonati a se stessi. Al massimo qualche azienda gli trova un posto che consente di ricevere un salario come successe per gli Abbagnale. Invece gli atleti sono un valore non solo perchè il loro lavoro li ha formati a essere affidabili, responsabili, scrupolosi e onesti. Dico questo senza retorica, so benissimo che non tutti hanno queste qualità, ma la maggior sì. Noi come paese non li prendiamo in considerazione, non gli forniamo opportunità per imparare nuove professionalità, tanto ormai il loro dovere l’hanno fatto. Chissà perchè nei paesi anglosassoni piuttosto che in Francia non è così, sono dei filantropi? Il problema è sempre lo stesso, le istituzioni non se ne preoccupano perchè non portano più medaglie (come con le donne quando aspettano un figlio) e allora basta, avanti con un altro finchè dura.