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How the positive thinking can destroy our performance

How many times we have heard we must be optimistic, that we have to believe we can win, or that “with everything we’ve done we deserve to achieve a great result.”

There is apparently nothing of wrong to have this thinking, “That’s the way to push ourselves” many people say.

They also add: “What should I tell: to lose? Nobody start a competition with the goal to lose, therefore, you must start the race with the will to win it, because if you don’t even think it, how will you get it?”

In short, “think positive and you will see that it will happen what do you want.”

Well, all these good thoughts are useless and they can become harmful, because at the first difficulties and errors during the race, the athlete will not be ready to react immediately because he expects to win, that is to say that she is focused on the result and not on what to do to get it. “I was ready … and then things didn’t go as I had expected.”

These are often the words of those who start with a too trusting attitude and then at the end of the performance they attributes the result to something out of themselves, without taking responsibility for what it has happened.

These thoughts, which represent the athletes’ expectations about the race, can really be considered as the performance killers. They are amazed by their own mistakes and the difficulties they face in the race and they have not prepared a plan to react effectively to these situations.

Positive teams are more productive

It takes five positive comments, according to the Harvard Business Review, to cancel the impact of a negative criticism received in the workplace.

In a research article published in the Journal of Applied Behavioral Science Kim Cameron and his coauthors found that a workplace characterized by positive and virtuous practices excels in a number of domains.

Positive and virtuous practices include:

  • Caring for, being interested in, and maintaining responsibility for colleagues as friends.
  • Providing support for one another, including offering kindness and compassion when others are struggling.
  • Avoiding blame and forgive mistakes.
  • Inspiring one another at work.
  • Emphasizing the meaningfulness of the work.
  • Treating one another with respect, gratitude, trust & integrity.

Cameron and his colleagues explain that there are three reasons these practices benefit the company. Positive practices:

  • Increase positive emotions which broaden employees’ resources and abilities by improving people’s relationships with each other and amplifying their creativity and ability to think creatively.
  • Buffer against negative events like stress, improving employees ability to bounce back from challenges and difficulties.
  • Attract and bolster employees, making them more loyal and bringing out the best in them.

In the life leave a positive trail

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Made ourselves the phrase representing us

Stop thinking with the phrases of others, made ourselves the phrase representing us. Mine is “pushing positive” and yours?

Positive thinking is an art

Non è di certo superficiale per un atleta/allenatore pensare in positivo, anzi si è troppo banalizzata l’importanza di avere un atteggiamento di questo tipo, etichettandola spesso come un’americanata o un modo di vivere senza porsi i veri problemi. Nel mio lavoro vedo invece l’esatto contrario e cioè quanto sia facile abbattersi per un allenamento andato male, per la difficoltà nel migliorare, per accettare che il lavoro quotidiano non è una passeggiata verso la gloria, ma che invece bisogna metaforicamente sporcarsi le mani con le proprie insicurezze e timori. Sono proprio le difficoltà che vivono gli atleti che rappresentano l’unica occasione, anche questa positiva, per mettere alla prova il proprio valore umano, la propria voglia di fare bene nonostante oggi non si sia soddsfatti. Questo è l’allenamento accettare i propri limiti e lavorare positivamente per ridurli e superarli. Quando si acquisisce questa mentalità si apre la porta al pensiero positivo.

Il perfezionismo positivo

Leggo un’intervista a Spielberg e a Jackson il produttore del film su Tintin dove afferma: ” Probabilmente abbiamo speso due o tre anni di lavoro per realizzare ogniparticolare nuance e sottigliezza del volto di Tintin. Steven e io abbiamo avuto lunghe video conferenze con il tem dei disegnatori … chiedeno loro “Gli occhi possono essere del 15% più piccoli? Le sopracciglia possono essere un po’ più basse?” Queste sono richieste di perfezionismo che il regista e il produttore avevano in mente e che in questo modo sono state soddisfatte. E’ un perfezionismo positivo perchè si è concretizzato in un risultato efficace. Un altro aspetto di questa ricerca è che richiede tempo, bisogna provare e riprovare e poi provare ancora. Nel frattempo si presentano degli ostacoli, ci sono fasi che sembrano insuperabili, poi viene il giorno in puzzle si compone e si giunge alla soluzione. Gli atleti, quelli bravi, fanno lo stesso ripetono migliaia di volte le stesse azioni con qualche piccola modifica fino a quando “appare” il movimento ottimale per loro stessi. A quel punto ci si allena per ripeterlo, entrando così nella fase chiamata della “disponibilità varaibile” in cui l’azione può essere avviata e condotta a termine indipendentemente dalle carattersitiche della situazione agonistica. Solo così si raggiunge l’eccellenza.

C’è bisogno di psicologia positiva

Gli eventi del calcio di questi giorni stanno a indicare che è forte il bisogno di psicologia positiva:

Calciatori nel pallone per le partite truffate. Allenatori che vogliono diventare dirigenti con un battare di ciglia e che dimostrano così di non avere un piano di vita o di sviluppo professionale. Sono tutti pazzi per la cantera del Barcellona senza capire che una nazione o un club dovrebbero avere progetti propri e non perseguire fotocopie che alla prova del tempo si stingono. Circa 300 sono le Scuole calcio che hanno dichiarato ufficialmente di avere uno psicologo: dove sono? Molti ex-calciatori non hanno un lavoro. Questi alcuni temi che richiederebbero un approccio psicologico alla loro risoluzione ma sarebbe come andare su Marte: impossibile.