Contro il doping serve insegnare a pensare di più a atleti e allenatori

Possiamo combattere la cultura del doping insegnando ai giovani a pensare mentre fanno sport. Muoversi pensando è il mio motto altrimenti diamo ragione a chi pensa che lo sport sia solo un questione di muscoli di acciaio, di ore di allenamento o di genetica. Bisogna quindi lavorare soprattutto sulla testa degli atleti e sulla loro motivazione a fare qualcosa che non hanno mai fatto prima o che pensavano per loro non raggiungibile. Ognuno ha i suoi limiti ma nessuno conoscerà quali sono se non s’impegna volere ciò che non ha ancora ancora raggiunto. Per insegnare ai giovani a muoversi pensando servono però allenatori che sia consapevoli dell’importanza di questo approccio all’apprendimento sportivo e che non ritengano che le qualità psicologiche dovrebbero essere preesistenti. Senza questa convinzione da parte degli allenatori è molto difficile che i giovani sviluppino questo atteggiamento poiché non faranno mai allenamenti in questo approccio all’apprendimento viene esercitato. Portiamo loro esempi di atleti che sono in questo modo e che devono i loro successi anche a questo atteggiamento mentale. Questo in estrema sintesi dovrebbe essere il futuro dell’allenamento. Le parole di Reinhold Messner dovremmo portarle sempre con noi come dimostrazione che tutto ciò è realizzabile.

Come si allenava per scalare gli Ottomila?
“Correvo. E poi andavo due o tre volte l’anno in Himalaya. Ero sempre più o meno in forma. Oggi, ci sono alpinisti che si allenano anche otto ore al giorno. Io ho soprattutto lavorato con la testa. I miei successi sono anche il frutto della capacità di fare qualcosa che gli altri pensavano impossibile. Ho sempre cercato di capire chi in 150 anni di alpinismo ha fatto progredire le cose. Mi sono chiesto perché l’ha fatto, e come l’ha fatto. Io mi sono spesso limitato a compiere il passo successivo. Ho un cuore normale, i miei polmoni sono normali, e la mia corporatura è normalissima. Solo la mia mente è stata forse più determinata di altre. Ed ero molto più colto di molti alpinisti. Ancora oggi sono pronto a scommettere che se lei mi porta diecimila alpinisti di prima classe, nessuno è in grado di battermi sulla storia dell’alpinismo. Per me l’alpinismo non è soltanto attività, è anche cultura”.

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