Spagna: la caduta degli Dei

E’ sempre difficile capire quando si è finiti e a questa regola si è uniformata anche la Spagna. Il risultato di questa inconsapevolezza della squadra che ha dominato il mondo del calcio negli ultimi 6 anni sta nelle due partite perse al mondiale contro l’Olanda e il Cile e nei sette goal subiti. Maurizio Crosetti su Repubblica per spiegare quanto è accaduto usa la metafora dei dinosauri: “Questa è un’era geologica che si chiude … Tutti diranno: c’era la Spagna, era la padrona dell’universo finché una notte cadde come morirono i dinosauri. Così smisurati, così fragili”. Il gioco dei mille passaggi non ha più funzionato senza l’intensità e la velocità. Caratteristiche che si perdono non solo per esaurimento fisico ma soprattutto per perdita della volontà, del desiderio di continuare a essere ciò che si è stati sino a un attimo prima. Quando ciò non avviene si continua a giocare a memoria ma si è persa quella scintilla mentale che permetteva di nascondere la palla agli avversari e di colpirli quando si voleva. La Spagna è entrata in campo ed ha iniziato a giocare nel solito modo, a memoria, ma persa la palla i suoi giocatori non hanno saputo riprenderla, perché gli altri sono stati sempre più veloci e combattivi. Perdere la palla ha determinato nei giocatori solo frustrazione, di chi non capiva come fosse possibile e non ha invece determinato rabbia agonistica proprio perché la testa aveva esaurito ogni forma di reazione. La competizione sportiva è dura e non lascia spazio a chi non si rialza velocemente dopo essere caduto e per rispetto della gara gli avversari non ti danno il tempo di riprenderti anzi insistono a strapazzarti fino alla fine della partita. Sbagliare è fisiologico, tutti sanno che fa parte del gioco; non essere pronti a riprendersi immediatamente invece è una grande problema e la Spagna è caduta rovinosamente in questo tranello e ha perso. Inoltre, penso che Del Bosque abbia convocato  per i mondiali i giocatori basandosi sul principio che la squadra che ha vinto non si cambia, con l’aggiunta del’affetto che ovviamente avrà per questi giocatori. Anche questo tema relativo al ruolo dell’allenatore non è certamente facile da affrontare e a posteriori è troppo semplice farne il capro espiatorio. Guardiola ad esempio dopo avere vinto tutto e in modo ripetitivo con il Barcellona se ne andò per stanchezza personale ma forse anche per la consapevolezza di avere raggiunto un picco di successi difficilmente ripetibili. Del Bosque invece ha accettato la sfida di continuare dopo avere vinto consecutivamente due europei e un mondiale, e di tentare un’impresa quasi impossibile ma fantastica se fosse riuscita: su quale fondamenta ha basato la sua decisione? Forse non lo sapremo mai e comunque tanto di cappello per avere osato così tanto.

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